Park Associati festeggia i 25 anni e racconta in un volume la sua grammatica del futuro
C’è un’architettura che nasce quando si smette di pensare la città come una tabula rasa. È l’architettura che lavora sul già costruito come su una materia viva, da decifrare e cogliere, da trasformare. In un tempo in cui la sostenibilità non può più essere solo un obiettivo, ma soprattutto un metodo, il riuso diventa la forma più evoluta del progetto: un gesto di intelligenza, di attenzione e cura. Da venticinque anni, è su questo terreno che Park Associati costruisce la propria identità.
Il libro Reinventing Heritage. A Design Compass on Adaptive Reuse celebra l’anniversario dello studio milanese fondato da Filippo Pagliani e Michele Rossi, ma più che un volume commemorativo è un manifesto di pensiero. Dentro le sue pagine, si legge il modo in cui Park immagina l’architettura contemporanea: un dialogo tra memoria e innovazione, tra la necessità di conservare e quella, altrettanto urgente, di reinventare.
Il libro trasforma la celebrazione in azione, ricordandoci che il vero atto creativo non è costruire da zero, ma dare chance nuove a ciò che il tempo ci ha già consegnato una volta
“Riuso non significa solo salvare ciò che resta” spiegano Pagliani e Rossi, “ma scoprire ciò che si nasconde tra le mura”. È una dichiarazione poetica che rovescia la prospettiva: il progetto non come imposizione di forma, ma come atto di ascolto. Nel libro, le istanze green si traducono in metodo e visione. A partire dal Design Compass, strumento ideato dallo studio, un atlante operativo che consente di leggere e classificare le trasformazioni architettoniche. Più che un modello teorico, un dispositivo di lavoro: uno schema che organizza le modalità di intervento sull’esistente e ne misura l’impatto, regalando ai progettisti una bussola operativa per muoversi dentro il già costruito.
Ma che cosa è, in concreto, l’adaptive reuse? La trasformazione del Consorzio Agrario di Milano ne è un esempio emblematico. In un’area al centro di una rigenerazione urbana profonda, l’ex magazzino granario degli anni Quaranta è diventato un campus studentesco. La struttura in cemento armato, con i suoi pilastri a fungo, è stata valorizzata come parte dell’identità del luogo. Due nuovi livelli si sovrappongono al volume originario, mantenendo il ritmo delle facciate e introducendo un linguaggio contemporaneo che dialoga con la preesistenza. All’interno, la funzione residenziale si articola in cluster abitativi e spazi comuni che favoriscono la socialità.
Nella visione di Park, il riuso adattivo non è solo custodia del passato, ma atto di immaginazione. Vedere nell’esistente non una fine, ma un inizio
In questo equilibrio tra permanenza e trasformazione si riconosce la cifra di Park: il riuso come strumento di coesione urbana e sociale. Un principio analogo guida il progetto per l’Arsenale di Pavia, dove la riconversione di un complesso militare abbandonato ridefinisce il concetto stesso di archivio come spazio per coltivare la memoria. L’eliminazione del muro di cinta segna il passaggio da spazio intercluso a campus aperto, mentre un boulevard verde riconnette la città al Ticino. Gli edifici degli Anni 30, esempi di archeologia industriale, vengono reinterpretati con un approccio box-in-box: nuovi volumi per la conservazione e la ricerca si inseriscono nelle strutture originarie senza alterarne la spazialità. Il risultato è un’infrastruttura culturale che intreccia memoria, innovazione e paesaggio.
Accanto al racconto dei progetti, nel volume le conversazioni con figure come Formafantasma, Koenraad Van Cleempoel o Stefanie Weidner ampliano la riflessione al riuso dei materiali, alla storia del restauro, all’urgenza della decarbonizzazione. Ne emerge una visione di architettura come pratica culturale: un racconto che si rinnova ogni volta che qualcuno decide di leggere di nuovo ciò che già c’è. Reinventing Heritage è, in fondo, una grammatica del futuro. Un libro che trasforma la celebrazione in azione, ricordandoci che il vero atto creativo non è costruire da zero, ma dare chance nuove e rinnovate a ciò che il tempo ci ha già consegnato una volta.
Questo articolo è estratto da The Book 29. Sfoglia il magazine