DESIGN STORY
La storia del Compasso d’Oro

Dal 1954 a oggi, il Compasso d’Oro racconta l’eccellenza del design italiano. Una lente sul cambiamento dei gusti, delle tecnologie e della società: una collezione di oggetti intramontabili che hanno plasmato il vivere quotidiano in oltre 70 anni di storia

Il mondo – estremamente eterogeneo – del design è popolato da oggetti, premi ed eventi così “iconici” che sembrano costellare le nostre vite da sempre. Ma qual è la durata esatta di questo “sempre”? Prendiamo il Compasso d’Oro: il più ambito riconoscimento che un designer possa ottenere. Anche lui ha avuto un inizio preciso, legato a una persona precisa. Le grandi idee, infatti, nascono sempre da grandi menti. E quella mente fu Gio Ponti.

Nel 1954 Ponti istituì il Compasso d’Oro come uno strumento capace di raccontare e orientare il design italiano in un momento cruciale, quello del secondo dopoguerra. L’idea nacque con il sostegno dei grandi magazzini La Rinascente, che intuirono per primi il valore culturale – oltre che commerciale – del progetto industriale.

Dal 1958 il premio passò all’ADI, l’Associazione per il Disegno Industriale, che da allora ne cura l’organizzazione, garantendone rigore, imparzialità e autorevolezza.

Nel corso degli anni il Compasso d’Oro è diventato il riconoscimento più importante del design anche a livello internazionale. In origine assegnato ogni tre anni, oggi viene conferito con cadenza biennale. Dal 2020 trova casa nel museo ADI Design Museum di Milano, dove sono conservati ed esposti tutti i progetti premiati: una collezione che conta oltre 2.300 oggetti tra Compassi e Menzioni d’Onore.

Il simbolo del premio è – ça va sans dire – un compasso. Disegnato nel 1954 da Albe Steiner e realizzato da Marco Zanuso e Alberto Rosselli, si ispirava al golden divider, lo strumento ideato nel 1893 da Adalbert Goeringer per individuare la sezione aurea. Un riferimento esplicito all’equilibrio tra funzione, forma e proporzione.

L’idea nacque nel 1954 da Gio Ponti con il sostegno dei grandi magazzini La Rinascente, che intuirono per primi il valore culturale – oltre che commerciale – del progetto industriale

In ogni edizione il Compasso d’Oro premia un numero ristretto di progetti, generalmente tra i dieci e i venti. Accanto a questi, assegna fino a 150 Menzioni d’Onore, fino a nove Compassi alla Carriera, tre alla Carriera internazionale, la Targa Giovani e, dalle edizioni più recenti, il riconoscimento alla Carriera del Prodotto, dedicato agli oggetti più longevi.

Ma il vero punto di forza del Compasso d’Oro è la sua capacità di evolversi. Se negli Anni 50 raccontava le sfide legate al prodotto industriale e al comfort domestico in un’Italia tutta da ricostruire, nel tempo ha ampliato il proprio sguardo, includendo progetti di interni, grafica, design sociale, interrogandosi sempre più sull’impatto ambientale e sul ruolo del progetto nella vita collettiva.

Se negli Anni 50 il Compasso raccontava le sfide legate al prodotto industriale in un’Italia tutta da ricostruire, nel tempo ha ampliato il proprio sguardo, includendo progetti di interni, grafica, design sociale

Tra i protagonisti che hanno segnato la storia del premio spiccano Bruno Munari, vincitore anche del Compasso alla Carriera nel 1995, ed Enzo Mari, premiato cinque volte, tra cui per la sedia Delfina (1979, Rexite), la Tonietta (1987, Zanotta) e il tavolo Legato (2001, Driade).

Si tratta di nomi e progetti che nel tempo hanno lasciato un segno duraturo, trasformandosi in vere e proprie icone: dalla lampada Arco di Achille e Pier Giacomo Castiglioni (1962, Flos) alla sedia Superleggera di Gio Ponti (1957, Cassina); dalla Lettera 22 di Marcello Nizzoli (1950, Olivetti) alla Fiat 500 di Dante Giacosa fino al telefono Grillo, progettato nel 1965 da Marco Zanuso e Richard Sapper per Siemens.

E ancora, dall’Atollo di Vico Magistretti (1977, Oluce) a Le Bambole di Mario Bellini (1972, B&B Italia); dalla Parentesi di Castiglioni e Manzù (1971, Flos) al Bubble Club di Philippe Starck (2000, Kartell) fino alla poltrona Ghost di Cini Boeri e Tomu Katayanagi (1987, Fiam Italia).

Oggetti diversissimi tra loro, ma uniti da un filo comune: migliorare la vita quotidiana attraverso il progetto. È qui, forse, che sta il segreto del Compasso d’Oro. Non nel celebrare il design come pura forma, ma nel riconoscerlo come uno strumento capace di incidere concretamente sul nostro modo di vivere.