L’ospitalità come affermazione culturale e promozione di contenuto, oltre la forma fine a se stessa e il lessico del marketing. Un confronto con Federico Spagnulo sull’Italia come metodo, sull’ascolto e su un’idea di lusso in trasformazione
Fondato a Milano da Federico Spagnulo, Andrea Spagnulo e Alessandra Carbone, Spagnulo & Partners ha costruito nel tempo una posizione riconoscibile nella progettazione hospitality. Il lavoro dello studio nasce da un presupposto preciso: ogni progetto deve prendere forma dal carattere culturale del luogo e articolarsi anzitutto attraverso la materia. All’interno dello studio convivono sensibilità complementari, capaci di seguire l’intero processo progettuale, dalla visione iniziale alla realizzazione. La formazione internazionale – Londra in primis, nel confronto con grandi gruppi alberghieri e fondi d’investimento – si è poi intrecciata con il contesto italiano, dove il progetto si confronta con una stratificazione culturale più densa. Negli anni, lo studio ha operato in Italia, Europa, Medio Oriente, Africa e Stati Uniti, tra architettura, interior, lighting e landscape design, mantenendo costante un metodo fondato su ascolto, precisione e responsabilità. Non esistono formule replicabili né un linguaggio da imporre. Conta l’interpretazione dei contesti e la capacità di trasformare storie e identità locali in spazi coerenti, capaci di generare contenuto. E, dunque, un valore economico concreto.
Cerco Spagnulo & Partners online e la prima parola che leggo è “Italian”: Italian luxury interior design studio. Esiste ancora una scuola italiana al di là del made in Italy?
Non parlerei di stile italiano, ma di modo di fare. L’efficacia del metodo italiano risiede in una cultura progettuale diffusa e mediamente elevata. L’Italia è uno dei pochi paesi in cui puoi spiegare un’intenzione a un artigiano e trovare dall’altra parte qualcuno che non solo la comprende, ma la anticipa, la traduce e spesso la migliora. E non riguarda solo gli architetti: informazione, conoscenza e visione sono patrimoni condivisi a tutti i livelli, e questo rende la trasmissione delle idee più fluida e i risultati più solidi. Incide su tutto: sul rapporto con la committenza, sulla qualità delle soluzioni tecniche, sulla rete di relazioni territoriali. Quando di recente siamo andati dal ceramista sardo Walter Usai con un’idea, abbiamo incontrato qualcuno per cui la ceramica è un linguaggio quotidiano sedimentato nel tempo, parte del dna. In queste condizioni la qualità diventa un presupposto, qualcosa di naturale, più che un traguardo da raggiungere.
E questo i committenti lo capiscono?
All’estero richiede una mediazione culturale. Per noi questa ricchezza è quotidiana, ma altrove va argomentata. Non è sufficiente dimostrare che un progetto sia coerente con la brand identity o il color scheme. Per sostenere alcune decisioni e renderle davvero leggibili al cliente occorre spiegarne la ricchezza diffusa, la storia che le sostiene. Per questo partiamo sempre da un’analisi storico-culturale del luogo, in Italia come fuori. Perché questo dialogo aperto possa esistere, tuttavia, nell’hospitality è necessario che ciascuno assuma una responsabilità: l’architetto deve ascoltare le richieste di chi commissiona e le competenze di chi realizza; il committente deve invece accettare che uno spazio conservi una quota di autenticità, anche quando non tutto è perfettamente controllabile in un render. Accettare, ad esempio, che una superficie dell’antica Fornace Sugaroni possieda un’unicità e una complessità cromatica impossibili da restituire fedelmente in un’immagine, e che questo comporti margini di imprevedibilità, ma che porti con sè un grande valore intrinseco altrimenti irreplicabile. I grandi gruppi internazionali – lavoriamo con Accor, Kempinski, Marriott – stanno evolvendo in questa direzione. Sono meno rigidi e parlano sempre più di collection, oltre la schematicità del brand. È un cambiamento sottile, ma strutturale.
Parli di “valore”; anche economico? Tutto questo è monetizzabile?
Sì, quando il progetto presenta un contenuto reale. Di progetti formalmente corretti se ne vedono molti; più rari sono quelli che costruiscono un sistema culturale leggibile e soprattutto vendibile. Se la storia riesci a trasferirla e raccontarla ai tuoi ospiti, allora ha valore. A Casa Baglioni abbiamo integrato riferimenti puntuali al lavoro di Gio Ponti, e oggi l’hotel organizza per i suoi ospiti percorsi dedicati agli edifici milanesi che hanno ispirato il disegno degli interni delle loro camere. Al Borgo dei Conti alcuni tessuti sono realizzati dal laboratorio Giuditta Brozzetti e la struttura propone visite al museo-atelier a Perugia, in una cappella sconsacrata del 1300. Questo tipo di circolarità crea un legame tra ospite e territorio. Una relazione concreta che mette in campo la vera unicità del nostro paese, la sua ricchezza, generando coinvolgimento e dunque un ritorno. È una forma di lusso che risiede direttamente nella densità culturale del progetto, al di là degli oggetti scelti, e che non può prescindere dall’identità del luogo che lo accoglie. Vorrei offrire uno spunto: non parliamo più di experience; parliamo di contenuti. Questo vende. Ed è lusso.
Quindi questo è il vero lusso per Federico Spagnulo?
Io temo di non rientrare nel campione statistico (ride). Da velista, per me il lusso è stare al largo in barca con pochi amici e una bottiglia di vino. Nient’altro.
Prima citavi alcuni importanti nomi con cui state lavorando. In che modo l’ingresso sistematico dei grandi gruppi nel tessuto italiano ha influenzato il mondo del progetto?
Per noi è stato un passaggio naturale. Abbiamo lavorato a lungo in contesti stranieri con un metodo anglosassone, dove il processo è scandito da ruoli e fasi molto definite: client representative, project manager, procurement, concept design, schematic design, eccetera. Quando questo modello è arrivato in Italia lo conoscevamo già. Noi eravamo partiti da lì. Oggi la responsabilità del progettista è più formalizzata e la struttura decisionale più complessa. Cambia l’interlocutore – non più il singolo proprietario, ma un fondo con regole precise – ma il progetto non perde centralità. Anzi, se possibile, richiede maggiore chiarezza e consapevolezza.
Ci parli del rapporto dello studio con i materiali e l’arte?
Mio padre Giuseppe Spagnulo, protagonista della scultura italiana del secondo Novecento, aveva un rapporto viscerale con la materia. La scultura era per lui uno strumento di indagine, a volte duro, persino violento, distante da ogni forma di decorativismo. Noi, come architetti, non possiamo prescindere dal confronto con l’estetica, ma vediamo allo stesso modo nella materia il punto in cui si depositano storia, tecnica e identità. Attraverso la materia il progetto si radica in un luogo e allo stesso tempo diventa comprensibile a tutti. E poi attinge a un’infinità di forme e linguaggi: il ferro tagliato al laser restituisce un’immagine diversa rispetto a quello inciso con lancia termica; una terracotta a doppia cottura produce profondità differenti rispetto a una singola cottura. Sono scelte che determinano il carattere dello spazio. L’arte entra come ulteriore livello di contenuto. A Casa Baglioni abbiamo lavorato con un fondo di arte contemporanea seguendo un’impostazione curatoriale precisa: oggi figurano in collezione due Bonalumi, due Hartung, un Christo e due rari Merz degli Anni 60. In altri progetti attiviamo dialoghi con gallerie o artisti viventi. L’arte non è semplice: non può essere adattata forzatamente allo spazio. È l’architettura che deve trovare il modo di accoglierla. Questo implica una certa generosità progettuale, e talvolta la revisione di scelte già definite, pur di preservare la forza dell’opera, ma il risultato è irripetibile. Decisamente unico. Tornando all’inizio dell’intervista: la vera definizione di Italian Luxury.
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Casa Baglioni
Palazzo Portinari
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