DESIGN WEEK
Casa di Partenope

In occasione della Design Week 2026, in una galleria d’arte ha preso forma un appartamento stratificato, denso e caotico. Che raccontava – ed emanava – una storia. Tra stile e mito

Se una chiara tendenza della Design Week 2026 è stata quella di aprire e allestire case, ville e appartamenti reali, d’autore oppure anonimi, la possibilità di accedere a spazi privati colti e disordinati, a tratti cinematografici, è andata in scena anche in una galleria d’arte. Tra riferimenti milanesi e rimandi napoletani, in un miscuglio narrativo chic. Tra stile e mito.

All’interno della Cardi Gallery, Casa di Partenope, progetto di interior firmato da Dsigninc, studio fondato da Domenico Iovine e Vincenzo Sabatino, inscenava una casa vissuta, una casa emanata e animata dalla sua proprietaria, Partenope. Una donna immaginaria la cui presenza palpitava e abitava gli spazi. E da lei nasceva un racconto storico, passionale, progettuale.

Il racconto nasce con Partenope, il cui nome evoca la sirena che ha dato origine alla sua città, Napoli. Negli Anni 70 la donna si trasferì a Milano per emanciparsi, scegliendo l’arte, l’architettura e il design come forma di libertà. Oggi Partenope vive ancora lì. La casa che abita è il luogo in cui questa scelta ha preso forma. La rappresenta, negli arredi, negli oggetti, nell’essenza.

L’installazione si configurava come un cubo, archetipo essenziale dell’abitare. Uno spazio denso, vissuto, persino caotico, stratificato nel tempo. Oggetti nuovi, pezzi cult, opere d’arte, abiti, monili, riviste, libri convivevano come sedimenti.

I legami con la terra d’origine riaffioravano in modo sommerso nelle variazioni cromatiche, nei materiali naturali e nelle ceramiche che decoravano gli ambienti. La Casa di Partenope non era un interno da osservare, ma uno spazio da attraversare, a sua volta attraversato da una presenza.

Tra opere di Alighiero Boetti, arredi di Ignazio Gardella, ora prodotti da Tato Italia, rubinetti e lavabi di Mamoli disegnati da Gio Ponti negli Anni 50, gli ambienti erano allestiti con arredi contemporanei di Baxter, tessuti di Pierre Frey, rivestimenti ideati da Dsigninc con Jannelli&Volpi e Malcusa.

Una maestoso camino fungeva da soglia narrativa. Una superficie tridimensionale in ceramica realizzata in collaborazione con Officine Saffi fungeva da finestra sulla città d’origine, evocando il Golfo di Napoli senza mai nominarlo. Custode di una memoria mai dichiarata.

Casa di Partenope si mostrava come uno scrigno. Un archivio intimo di oggetti e memorie condivise. Una casa sensoriale, pregna di rimandi aleggianti, non (solo) da ammirare ma da vivere.