Catturare il momento in cui uno spazio smette di essere edificio e diventa casa. Quel clima emotivo sottile, una questione di connessione tra le cose, di corrispondenze che generano intimità. È in questa tensione che si colloca il lavoro della fotografa di interni Nathalie Krag
Nel suo libro del 2003, Arranging Things: a Rhetoric of Object Placement, Leonard Koren si chiede perché alcune persone sanno disporre gli oggetti in modo evocativo, emozionalmente e visivamente potente. Per lui si tratta di una questione di connessione tra le cose, di corrispondenze capaci di produrre intimità.
È esattamente in questa tensione che si colloca il lavoro di Nathalie Krag. Fotografa di interni, Krag ha una responsabilità doppia: restituire lo spazio immaginato dall’architetto e, nello stesso gesto, orchestrare il rapporto tra oggetti, colori, materie e luce, dove gli oggetti sono i veri attori, in dialogo con l’architettura e in relazione dialettica tra di loro.
Il modo di guardare di Nathalie Krag, fotografa danese naturalizzata italiana, nasce in movimento. Da bambina vive nei Caraibi e in Africa, in luoghi dove il cinema semplicemente non c’è: al massimo un James Bond ogni tanto, nessun Bergman, Pasolini o Fellini. È un’educazione alla luce e allo spazio prima ancora che alle immagini: il sole verticale, le ombre nette, gli interni rarefatti, la vita che si svolge quasi sempre all’aperto.
Tornata in Danimarca a 14 anni, recupera la mancanza di immagini buttandosi all’Istituto di cinema danese, dove per anni esce dal liceo e si infila in sala per due ore al giorno, a guardare i maestri senza capirli del tutto, ma la potenza di quelle visioni le resta addosso. Da allora, per lei, ogni interno è un fotogramma di un film invisibile.
Prima di diventare fotografa d’interni, Nathalie passa dall’architettura: non conclude gli studi, ma quella formazione, unita al fatto di essere figlia di un architetto, lascia un’impronta precisa nel suo modo di costruire l’immagine. Le linee devono tornare, le verticali si raddrizzano, le geometrie trovano un equilibrio che restituisce la logica del progetto.
Eppure Krag non è, e non vuole essere, una fotografa del progetto di architettura. Quello che le interessa non è certificare che un progetto funziona, ma catturare il momento in cui uno spazio smette di essere edificio e diventa casa: quel clima emotivo sottile, difficile da descrivere, che però si riconosce subito.
L’altezza della macchina è quasi sempre quella dell’occhio, “un filino più in basso”, per rispettare la percezione reale entrando nello spazio. È lo stesso principio che l’ha guidata nella casa di Hanne Kjærholm a nord di Copenhagen, dove ha fotografato lo spazio progettato dal marito designer Poul Kjærholm, un gigante del design scandinavo, organizzato in una domesticità quasi giapponese.
Dopo averla osservata attentamente scattare poche inquadrature sul cavalletto, Hanne le dà una pacca sulla spalla e le lascia le chiavi: “Hai capito la casa”. Krag lavora quasi esclusivamente con luce naturale: “credo che il 98 per cento delle mie foto siano luce naturale al 100 per cento”, dice, e quando accende un neon o una lampada lo fa perché quella luce racconta qualcosa di suo.
Per lei è fondamentale seguire il percorso del giorno nella casa: capire dove sale e dove scende la luce, decidere cosa fare la mattina e cosa nel tardo pomeriggio, quale angolo diventa credibile solo a quell’ora e non in un’altra.
I servizi fotografici sono costruiti come sequenze: alterna vedute ampie e dettagli ravvicinati, alcuni scatti d’effetto, come i riflessi nelle superfici specchianti, poche orizzontali calcolate per reggere il ritmo di una doppia pagina, ma soprattutto il racconto del tempo della casa, della vita che vi si immagina.
La sua deformazione professionale è dichiarata: “le mie foto sono principalmente verticali”. È un retaggio della pellicola e dell’editoria, in cui le riviste lavorano da sempre su pagine singole affiancate, e oggi il digitale – Instagram in testa – non fa che confermare la centralità del verticale come formato di percezione.
La cultura della diapositiva, un formato definitivamente tramontato, l’ha abituata a pensare l’inquadratura definitiva già in macchina: con la pellicola non si poteva aggiungere, solo al limite tagliare in scansione, e ogni frame doveva essere preciso. Nel suo pantheon personale ci sono nomi nordici come Vilhelm Hammershøi, pittore danese di fine Ottocento, famoso per le stanze bianche, pochi oggetti e una essenzialità quasi metafisica.
Di quella lezione Nathalie trattiene la capacità di far vivere i vuoti, di accordare pochi elementi e una luce laterale per dare spessore allo spazio. Quando lavora con progettisti come Giuliano Dell’Uva, che costruiscono interni molto grafici – archi che si susseguono, colori che ritornano, soffitti disegnati – può spingere di più su colore e contrasto, quasi in chiave pop.
E se nel suo lavoro la casa non è mai unicamente il contenitore di un progetto, la ragione è che deve contribuire a costruire un immaginario domestico. Ogni servizio è una variazione sulla stessa domanda: che idea di casa stiamo mettendo in circolazione? E la risposta si trova nel dettaglio: come si riconosce una casa “riuscita” nelle immagini, quali relazioni tra spazio e oggetti la rendono credibile, quale tipo di intimità una certa disposizione delle cose è capace di produrre, proprio come diceva Koren.
Questo articolo è estratto da The Book 31. Sfoglia il magazine