L’intervento di Claudio Colaci e Vincent De Cat recupera la struttura storica di Palazzo Tafuri, esaltando pavimenti, affreschi e proporzioni originali. La corte ridiventa fulcro di luce e nuovi volumi dialogano con le geometrie antiche
Nel centro storico di Nardò, le volte conservano tracce di vite passate, mentre corti un tempo sigillate alla vista tornano a respirare. Palazzo Tafuri, con l’intervento dell’architetto Claudio Colaci e del consulente per gli interni Vincent De Cat, si rivela gradualmente, attraverso lo spazio, le proporzioni e la luce.
Affacciato sul monastero di Santa Chiara, il palazzo è un testimone silenzioso di secoli di abitazione e trasformazione. Oggi, come boutique hotel di sedici camere, Palazzo Tafuri è stato riportato alla vita contemporanea attraverso un approccio fondato sulla misur, svelando e ricalibrando ciò che già esisteva, permettendo ad architettura, interni e paesaggio di esistere in continuità.
Gli attuali proprietari, il conte e la contessa Antoine e Ghislaine d’Espous, hanno sostenuto questa visione in ogni fase. Nonostante oltre vent’anni di parziale abbandono, il palazzo è rimasto strutturalmente intatto.
Strati di interventi della fine del Novecento – parquet sintetico, moquette e tramezzi provvisori – nascondevano pavimenti antichi, frammenti di affreschi, scalinate monumentali e ampie stanze voltate. Sotto queste aggiunte, l’originaria gerarchia degli spazi è rimasta leggibile e in gran parte preservata.
La strategia progettuale di Colaci è stata guidata da un’attenta osservazione: “Volevamo conservare l’anima dell’edificio”, spiega. “Questo significava comprenderne la storia, le proporzioni e la logica costruttiva prima di introdurre qualcosa di nuovo. Se modifichi troppo un edificio antico, significa che non lo rispetti. L’architettura è umiltà. Non cambiare ciò che non è necessario è una forma di rispetto”.
La riconfigurazione più significativa ha riguardato il piano terra. Gli antichi spazi di servizio – stalle, depositi e cucine – sono stati aperti verso la strada e la corte, accogliendo funzioni comuni legate all’ospitalità, come bar, spa, piscina e camere per gli ospiti.
La corte interna è emersa come elemento centrale del layout: un tempo buia e funzionale, è stata aperta attraverso nuovi assi visivi, permettendo alla luce di penetrare in profondità. Le basole recuperate sono state sollevate e riposate in una composizione ispirata ai chiostri monastici, creando un centro spaziale da cui il palazzo si dispiega.
Lavorare all’interno dell’architettura voltata tipica della Puglia ha richiesto precisione ed equilibrio. Le nuove aggiunte – bagni, ascensori, nuclei tecnici – sono state concepite come volumi dentro volumi, in dialogo con le forti geometrie degli spazi esistenti. Gli archi sono stati reintrodotti come elementi contemporanei, astratti dalla struttura originale.
Il palazzo è composto da due edifici collegati da un giardino e l’esperienza si sviluppa come una sequenza di spazi interconnessi più che come un unico gesto monumentale. La spa occupa una delle aree più compromesse dell’edificio, con nuove aperture che creano connessioni visive con il giardino e la piscina.
Gli interni curati da Vincent De Cat estendono e completano questo impianto architettonico. Gli originali pavimenti in cocciopesto sono stati conservati e riparati dove possibile; dove sostituiti sono stati ricreati con tecniche tradizionali. Le volte sono state liberate da pitture acriliche, rivelando tonalità originarie e tracce di patina.
Gli arredi sono volutamente discreti, un equilibrio misurato di pezzi vintage e contemporanei che lascia all’architettura il ruolo principale. Il colore è stato affrontato con sensibilità archeologica. Le pitture a base di calce sono state sviluppate e testate in loco, rispondendo alle specifiche condizioni di luce e alle texture di ogni stanza.
Negli spazi condivisi, i colori originali sono stati restaurati o reinterpretati con attenzione, mantenendo la continuità con la storia del palazzo. Il restauro degli affreschi è stato affidato a Ludovico Accogli, il cui lavoro privilegia l’intervento misurato e la visibilità del tempo trascorso. L’imperfezione non è stata cancellata, ma riconosciuta come parte della narrazione dell’edificio.
Questo articolo è estratto da The Book 31. Sfoglia il magazine