Vincent Van Duysen Architects progetta il nuovo headquarter di un’azienda a New Delhi. E reinterpreta l’eredità del Modernismo in chiave contemporanea
A New Delhi, un nuovo spazio ufficio firmato da Vincent Van Duysen Architects trova la sua qualità architettonica nella costruzione paziente di un ordine spaziale. Realizzato per un’azienda indiana specializzata nella lavorazione del legno e della pietra, il progetto occupa quasi 3.000 metri quadrati e si sviluppa come un esercizio di precisione e sobrietà.
Il riferimento dichiarato è Ludwig Mies van der Rohe, ma senza ricorso a soluzioni esibite o citazioni dirette del repertorio modernista. Van Duysen sembra interessato piuttosto a un atteggiamento progettuale: l’idea che l’architettura possa nascere dalle proporzioni e dalla riduzione all’essenziale.
L’intervento prende forma attraverso una palette volutamente limitata. Pareti rivestite in rovere affumicato, pavimenti in pietra naturale e dettagli in bronzo costruiscono un ambiente quasi monocromatico, dove la materia assume un ruolo centrale. Il cliente possiede infatti una consolidata esperienza nella lavorazione del legno impiallacciato e della pietra, e il progetto trasforma queste competenze produttive in linguaggio architettonico.
Come spesso accade nei lavori più riusciti di Van Duysen, la materia serve soprattutto a mitigare il rigore geometrico dello spazio. È una posizione che attraversa gran parte della sua produzione, dagli interni residenziali ai progetti per l’ospitalità: l’essenzialità non coincide mai con l’astrazione, ma con una forma di comfort costruita attraverso texture e presenza fisica dei materiali.
L’elemento che organizza realmente il progetto è il soffitto. Una griglia modulare di 15 per 15 centimetri attraversa l’intero ufficio, e diventa il principale dispositivo ordinatore dello spazio. Nato dall’evoluzione di un comune controsoffitto tecnico, il sistema viene reinterpretato come struttura architettonica capace di guidare ritmo e gerarchia degli ambienti. Nelle aree operative la griglia è realizzata in legno verniciato bianco. Negli spazi direzionali e VIP assume una presenza più calda e materica attraverso l’impiego del legno naturale.
È proprio nella trasformazione di un elemento costruttivo in principio generatore dell’architettura che il dialogo con la cultura progettuale di Mies diventa più evidente. Come nei progetti del maestro tedesco, l’ordine non viene applicato allo spazio, ma nasce dalla sua struttura e ne determina il carattere.
Anche la selezione degli arredi contribuisce a questa sedimentazione culturale. Sedute Chandigarh legate all’eredità di Le Corbusier, pezzi che richiamano il lavoro del designer belga Jules Wabbes, corpi illuminanti in bronzo e opere d’arte di scuola belga introducono riferimenti che ampliano il racconto mantenendone la coerenza.
Nel suo complesso, il progetto è una riflessione sulla possibilità di rendere contemporanea una lezione del Modernismo, filtrandola attraverso la sensibilità materica e la ricerca atmosferica che da anni definiscono il lavoro di Vincent Van Duysen.