Prima di diventare un’icona del postmodernismo, Ricardo Bofill sperimentò nuove forme dell’abitare collettivo. Xanadú, realizzato a Calpe nel 1971, traduce questa ricerca in un sistema di volumi cubici e spazi interconnessi che generano un’architettura di straordinaria forza plastica
Ricardo Bofill non era un architetto incline a lavorare entro confini prestabiliti. Nato a Barcellona nel 1939 in una famiglia già avvezza al mondo delle costruzioni – il padre era architetto e imprenditore edile – sviluppò presto un’insaziabile curiosità per la storia dell’architettura, che lo portò a recarsi in Grecia già a sedici anni per confrontarsi direttamente con l’eredità del mondo classico. Nel 1963 fondò il Ricardo Bofill Taller de Arquitectura, lo studio multidisciplinare attraverso cui avrebbe trascorso i successivi sei decenni a reinventare, con provocazione e prolificità, il linguaggio dell’architettura contemporanea.
I suoi riferimenti erano eclettici: le tradizioni vernacolari della Catalogna e della costa iberica, la geometria labirintica delle casbah nordafricane, i castelli delle fiabe, la poesia visiva del Surrealismo. Prima di affermarsi come una delle figure più rappresentative del postmodernismo architettonico – mantenendo la chiarezza di linee del moderno ma reintroducendo colonne, archi e la grammatica leggibile della forma classica – Bofill aveva già elaborato una teoria dell’abitare collettivo organizzato non secondo logiche lineari o ripetitive, ma come una struttura complessa, modulare e organica, governata da precise regole logico-matematiche. Il risultato era un’architettura che appariva al tempo stesso antica e sperimentale, familiare e straniante.
È in questo contesto che va letto Xanadú, completato nel 1971 lungo la Costa Blanca. Parte del complesso residenziale di La Manzanera a Calpe – lo stesso sviluppo che ospita la più celebre Muralla Roja – l’edificio rappresenta una delle prime espressioni della ricerca del Taller su quella che Bofill definiva “una città giardino nello spazio”. I diciotto appartamenti erano destinati a un utilizzo stagionale, ma le ambizioni del progetto andavano ben oltre la semplice funzione residenziale. Xanadú era, prima di tutto, un prototipo: un banco di prova per una metodologia di aggregazione spaziale che lo studio stava sviluppando in quegli anni, esplorando come moduli geometrici potessero essere composti, frammentati e riassemblati.
Il punto di partenza era l’archetipo del castello. Da lì, il progetto si evolse, nelle stesse parole di Bofill, “fino a raggiungere una configurazione ispirata al vicino Peñón de Ifach”, l’imponente promontorio calcareo che si erge dal mare appena fuori Calpe dominando il paesaggio. L’edificio sembra assorbire la logica di quella massa geologica: irregolare, imponente, sfaccettata e continuamente trasformata dalla luce. Ciascuno dei diciotto appartamenti è composto da tre distinti volumi cubici corrispondenti alla zona giorno, alla zona notte e ai servizi, raggruppati attorno a un nucleo verticale che ospita il vano scala e funge al tempo stesso da principale elemento strutturale portante.
La vera peculiarità di Xanadú emerge dal trattamento riservato a questi volumi elementari. Anziché mantenere la rigidità della geometria iniziale, i cubi vengono fratturati agli angoli esterni, generando una facciata irregolare di notevole forza plastica: rientranze profonde, piani sfalsati e un ricco gioco di luci e ombre che muta carattere nel corso della giornata. Le terrazze ombreggiate riducono l’irraggiamento nei mesi più caldi. Le coperture iperboliche ampliano le visuali sul paesaggio. Parapetti curvilinei e dettagli costruttivi di matrice vernacolare introducono una morbidezza che bilancia la severità geometrica della composizione. Il risultato, quindi, è un’architettura insieme razionale e plastica.
Forse l’aspetto più sorprendente, però, riguarda il processo stesso di progettazione. Durante la costruzione non furono prodotti né piante né prospetti tradizionali. Le unità furono definite attraverso lo studio di modelli tridimensionali e successivamente riportate sui disegni strutturali, mentre la posizione di finestre e aperture venne determinata non da convenzioni compositive, ma dalla risposta diretta all’orientamento, ai requisiti di luce naturale, alla ventilazione, alla privacy e alle relazioni tra gli spazi. In altre parole, il progetto si sviluppò dall’interno verso l’esterno.
Xanadú, ancora oggi una delle opere più ambiziose e singolare della produzione di Bofill, appartiene a una stagione particolarmente fertile della sua ricerca. Gli stessi anni, infatti, produssero La Fábrica, la vecchia fabbrica di cemento alla periferia di Barcellona trasformata in casa e studio; la Muralla Roja, le cui alte mura rosse e la pianta a croce greca si ispiravano esplicitamente all’architettura delle casbah nordafricane; e Walden 7, il complesso residenziale di Sant Just Desvern dove diciotto torri si incurvano l’una verso l’altra formando un labirinto di sette cortili interni.
Tutti questi progetti condividono una medesima riflessione: la città non come somma di oggetti isolati, ma come un organismo urbano e architettonico complesso, interconnesso e collettivo. Pensato per essere abitato e reinterpretato nel tempo.