Interviste
Archiplan

Nelle architetture di Archiplan il luogo detta la linea e ogni segno del tempo convive con il suo opposto. Perché le forme arrivano dallo studio e dalla capacità di leggere quello che esiste già

C’è la bellezza dell’ambiguità che tiene insieme tutto, l’antico e il moderno, l’intonaco del Settecento e il segno del contadino, nell’architettura di Archiplan, lo studio con base a Mantova che coltiva dal 1997 una sua poetica precisa: mai imporre la propria identità allo spazio, ma valorizzarne la storia esaltando la sovrapposizione di linguaggi e segni che il tempo ha depositato. Ne parliamo con Diego Cisi, fondatore dello studio associato con Stefano Gorni Silvestrini.

Il vostro approccio è essenziale ma mai freddo. Da dove nasce?

Da un approccio quasi letterario al progetto. Prima vengono i principi, poi le forme. Le forme arrivano dallo studio, dall’osservazione, dalla capacità di leggere quello che esiste già. Per noi i materiali sono fondamentali: più li conosci, più riesci a essere limpido nel trasmettere un’idea. E spesso è proprio il materiale a suggerire il progetto. Abbiamo sempre amato i materiali naturali, la loro dimensione tattile, visiva, perfino olfattiva. Oggi è normale parlare di superfici materiche, ma venticinque anni fa le case erano quasi sale operatorie. In un progetto come Residenza Estiva Pozzolo chiedemmo al cliente di lasciare gli intonaci rovinati. Ci interessava quella complessità. Coltiviamo una forma di ambiguità che assomiglia molto alla vita. L’ambiguità non è indecisione: è la capacità di tenere insieme più livelli senza cancellarne uno per far vincere l’altro. Un affresco settecentesco può convivere con la colla lasciata sul muro dopo avere tolto delle piastrelle. Una porta Anni 70 può stare accanto a tracce dell’epoca di Giulio Romano. All’agriturismo La Pervinca abbiamo lasciato persino i numeri scritti dai contadini per pesare il fieno. Sono segni che raccontano il tempo.

Mantova è stata una distanza utile?

In parte sì e in parte no. La distanza da Milano o Roma, sul piano pratico, a volte è un limite. Ma il nostro sguardo nasce soprattutto dalla formazione. Abbiamo studiato con figure come Massimo Cacciari, Manfredo Tafuri, Franco Rella. C’era un’idea dell’architettura molto legata al pensiero, alla letteratura, alla pittura. Da lì viene il tentativo di guardare il progetto non solo come gesto tecnico, ma come conseguenza di uno sguardo. Prima ancora di disegnare bisogna capire quali sono le ragioni profonde di un luogo. Poi naturalmente esiste anche l’aspetto pragmatico: l’architettura resta uno strumento, non un fine. Però il contesto conta sempre, anche quando scegli di contraddirlo.

Oggi l’architettura dialoga sempre di più con branding e identità. Che cosa è cambiato nel vostro lavoro?

Succede che alcuni clienti ci scelgano senza conoscerci direttamente, semplicemente perché si riconoscono in un’atmosfera. Ci è capitato recentemente con una ristrutturazione a Firenze: la moglie del cliente conosceva i nostri progetti e avvertiva una familiarità, una sintonia. Questo per noi è importante, anche perché non lavoriamo quasi mai su interventi monumentali o budget fuori scala. Ci interessa piuttosto creare un rapporto di affinità con chi abiterà gli spazi. Alla fine le persone cercano luoghi in cui sentono di potere stare bene, non manifesti.

Come si costruisce un’identità senza diventare di maniera?

Forse accettando di non sapere tutto dall’inizio. Ogni progetto è un percorso, una storia che si chiarisce mentre la attraversi. Noi veniamo da una cultura del foglio bianco: entrare in un luogo significa prima di tutto ascoltare quello che c’è già. Per questo abbiamo sempre cercato di stare lontani dalle mode. Oggi non viviamo più nel tempo delle culture forti e compatte. Tutti lavorano su frammenti di verità. Anche noi. Però forse il senso del progetto sta proprio lì: riuscire a tenere insieme quei frammenti senza trasformarli in rumore.

Questo articolo è estratto da The Book 32. Sfoglia il magazine