PORTRAIT
Aires Mateus

Più che delle opere, lo studio Aires Mateus ha costruito una poetica iconica. Architetture evocative colte e sperimentali, quasi sacrali, che parlano del valore dell’assenza

“È il vuoto del vaso a renderlo utile” – Lao-tzu

I fratelli Manuel (1963) e Francisco (1964) Aires Mateus appartengono a un generazione successiva rispetto a quella degli illustri maestri della “Scuola di Porto”. Fernando Távora, Àlvaro Siza ed Eduardo Souto de Moura fanno parte senza alcun dubbio del dna del duo, ma la loro cultura progettuale si nutre fin dagli inizi anche dell’altra corrente, quella della “Scuola di Lisbona”, città dove nascono e si formano.

Perchè, pur essendo fortemente radicata nelle tradizioni, l’architettura portoghese è ben lungi dall’avere un’immagine uniforme; al contrario, presenta una varietà di orientamenti materiali, costruttivi e concettuali che la rendono particolarmente ricca e unica. Pur non trattandosi di due movimenti contrapposti, le due scuole hanno approcci diversi al progetto: quella di Porto priorizza l’osservazione del luogo, della costruzione e della memoria locale, l’architettura nasce come risposta a condizioni concrete.

La Scuola di Lisbona, rappresentata principalmente da Gonçalo Byrne e João Luís Carrilho da Graça, tende invece verso una maggiore astrazione: il progetto nasce spesso da un’idea spaziale o da una struttura concettuale, e il rapporto con la storia passa attraverso archetipi, geometrie e principi permanenti. L’opera di Aires Mateus rappresenta una sorta di sintesi ed evoluzione tra le due tradizioni: da Porto ereditano il rigore costruttivo e la sensibilità per il contesto e la luce, da Lisbona l’astrazione geometrica e la riflessione più teorica sullo spazio e sul tempo.

Gli anni di formazione prima e collaborazione poi con Gonçalo Byrne hanno un impatto fondamentale sul modo di fare architettura dei due fratelli. È qui che cominciano a considerare l’architettura in senso etico e intellettuale: attenzione al contesto, rigore progettuale, architettura come processo culturale si riflettono nelle prime opere di Aires Mateus, che firmano progetti plurali, non autoriali, condivisi con l’equipe di lavoro, perchè “l’architettura non è l’evento ma ciò che sopravvive all’evento”.

Cruciale è anche l’apertura internazionale, con il contatto con le prime opere di Zumthor ed Herzog & de Meuron a Mendrisio, dove Manuel e Francisco svolgono attività didattica, da cui apprendono il valore psicologico e culturale dell’atmosfera.

Le loro opere sono però anche frutto di nuove esperienze architettoniche che si allontanano da preconcetti formali o costruttivi. Secondo Manuel Aires Mateus il vero materiale dell’architettura è il vuoto. Un “vuoto solido” frutto della sottrazione, dove la luce si fa anch’essa materia e dove lo spazio è spesso definito dall’assenza, come “negativo della materia”. Il limite diventa dunque un confine fondamentale.

È a partire dalla Casa ad Alenquer (2002) che gli architetti sviluppano un linguaggio totalmente autonomo, che nasce dalla radicalizzazione della ricerca, più astratta e scultorea, centrata sul rapporto tra massa e vuoto, limite e permanenza. Una ricerca in qualche modo indotta dal momento economico di crisi e dall’inaspettato crollo del nucleo della casa poco prima della ristrutturazione.

È allora che i progettisti riconoscono il potenziale di libertà che offre il vuoto, che sarà una cifra di tutta la loro architettura posteriore: “Ci rendemmo conto allora che un progetto rappresenta un’infinita condizione di possibilità, che possiamo, anzi, dobbiamo usare”. La stessa libertà si ritrova nella ricerca costante di riferimenti storici, che invece di costituire un limite, diventano la base per la sperimentazione. Con una predilezione per l’archetipo in quanto matrice universale, perchè “l’architettura è un’arte che perdura nel tempo”, è la materializzazione di un ordine duraturo, dove il concetto di permamenza fa riferimento a un’idea primordiale più concettuale che materiale, che sopravvive al passo del tempo. Un approccio colto e sperimentale allo stesso tempo, ma anche semplice e vernacolare senza essere mai nostalgico.

Esempi della ricerca tra il limite e il vuoto si ritrovano a partire dalla Casa ad Alenquer, nella Facoltà di architettura di Tournai (2017), a Barreiro (2023), Campo de Ourique (2019), Estrela (2017), nella residenza per la terza età di Alcácer do Sal (2010) fino alla recentissima Casa in Alvito (2026), per citarne solo alcuni. Oppure nella ricerca intorno alla tipologia del patio mediterraneo e la sua ridefinizione in chiave contemporanea, da Casa ad Alvalade (1999), Leiria (2011), Melides II (2018) a Monsaraz (2018) e alla Casa sulla costa dell’Alentejo (2020).

La ricerca tecnologica per Aires Mateus è sempre al servizio di una geometria chiara, essenziale, che passa inevitabilmente per la continuità del materiale impiegato: la monomaterialità è senz’altro una scelta semplice ed economica, ma che sottolinea la forza dell’idea che sottende il progetto. E il bianco, onnipresente, è il riflesso senza dubbio del clima, della tradizione locale e di scelte economiche, ma oltre a essere un colore adatto a riflettere la luce, è anche una citazione culturale: “al bianco si associa sempre qualcosa di positivo”.

Negli ultimi anni Manuel Aires Mateus ha sostenuto che “il vero tema del futuro non è la tecnologia ma la flessibilità dello spazio domestico. (…) Bisogna progettare libertà invece che funzioni”. La qualità intrinseca di permanenza dell’architettura la rende soggetta a cambiamenti d’uso nel tempo, così è stato storicamente, in un’ottica sostenibile, perchè “gli edifici devono essere abitati dalle persone, non dalle funzioni”. L’architettura intesa come spazio in progress, appropriabile e trasformabile, in aperto contrasto con la iper regolamentazione in ambito residenziale.

Gli edifici di Aires Mateus sono essenziali, minimalisti, dove la geometria è il risultato della risposta a questioni funzionali, ma che resta aperta a future trasformazioni: “Non ci interessa condizionare il modo di vivere delle persone, ci interessa rendere la loro vita più semplice. L’architettura è un’arte che deve risolvere problemi. Ma poi, ciò che influenza l’architettura è la vita stessa”.