INTERVISTE
Francesc Rifè

Atemporale e lontano dalle mode, Francesc Rifé dirige uno studio a Barcellona con all’attivo progetti che spaziano dall’interior all’industrial design. Con uno stile essenziale dove prevalgono la logica della materia, la proporzione geometrica e l’ordine

Cresciuto in una famiglia di artigiani del mobile, Francesc Rifé si è fatto strada velocemente nel panorama dell’interior design spagnolo. Le idee chiare e una naturale (e genetica) propensione per il dettaglio a tutte le scale, insieme all’ossessione per l’ordine quasi maniacale, la venerazione dei materiali naturali, l’anelito verso un’irraggiungibile perfezione e la passione per la sobrietà giapponese ne hanno fatto un referente e una scommessa sicura per una clientela alla ricerca di un progetto atemporale. La pandemia ha invaso il suo studio di progetti residenziali, ma Rifé progetta soprattutto uffici, showroom, hotel, sedi corporative, ristoranti, luoghi dove nulla viene lasciato al caso.

Trent’anni di professione e una carriera disseminata di progetti e riconoscimenti internazionali, con uno stile sempre riconoscibile. Quali sono i tuoi referenti?  

Risale ai tempi degli studi la mia fascinazione per i maestri giapponesi, per la loro cifra rigorosa ed essenziale, nella quale si fatica a trovare il confine tra architettura e interior. Lo stesso vale in Europa per John Pawson, David Chipperfield, Josep Lluís Sert, i portoghesi della generazione di Siza e l’architettura degli Anni 40 e 50 che ha segnato molti professionisti del settore. Quando credi di innovare, in realtà non stai facendo altro che riproporre qualcosa che è già stato realizzato in precedenza.

In effetti nei tuoi lavori è evidente questa impronta minimalista, rigorosa, atemporale, che si tratti di retail o residenza e persino nel disegno degli arredi.

Ho avuto la fortuna di lavorare a stretto contatto con il Giappone all’inizio della mia carriera e lì ho potuto vivere e fare esperienza diretta della cultura locale, e questo ha avuto un forte impatto sul mio modo di intendere il progetto. D’altro canto mi piace l’architettura in quanto processo industrializzabile, sul solco di ciò che iniziò la Bauhaus. Faccio parte di quel collettivo di professionisti che propongono un’architettura seriosa, noiosa se vuoi, ma duratura, in opposizione all’interior ipercreativo, irriverente, che non mi appartiene. Sono intriso del fare, non come creazione artística, ma come sviluppo rigoroso di un’idea.

Quali sono gli ingredienti del tuo successo?

Rifuggo assolutamente le mode. Per me è sempre stato chiaro che più che creare ogni volta un film diverso, quel che facciamo è evolvere con ogni progetto. Certamente il mio imprinting influisce sulla fattura dei progetti, con un’attenzione maniacale al dettaglio. Ma con il tempo mi sono reso conto che è la concezione metodologica del lavoro che ci distingue. La stretta relazione con l’ordine ci ha consentito di destreggiarci in terreni diversi, mentre è nella ripetizione e nell’evoluzione dei concetti che si è formato il nostro linguaggio estetico. Anche se ciò che facciamo può sembrare ripetitivo, i concetti che coltiviamo sono in continua trasformazione e finiscono per avere un impatto anche su di noi. Alla fine ognuno sceglie un suo linguaggio, quasi come se fosse una scommessa sulla quale si gioca tutto.

Nel tuo caso il linguaggio è intrinsecamente legato all’utilizzo di certi materiali.

Il materiale è ciò che ti permette di esprimerti a livello plastico. In quest’idea di atemporalità, certamente prediligo la purezza dei materiali naturali come il legno e la pietra rispetto alle plastiche e alle imitazioni.

Atemporalità e retail, come risolvi questo binomio in un settore così effimero?

Mi sono formato lavorando per il settore fieristico e ho continuato a progettare stand in questi anni. Sono occasioni dove posso sperimentare ciò che poi metto in pratica in progetti più solidi e con budget più importanti.

Trovi che stia cambiando il modo di essere progettista, di fare architettura?

Credo che il cambiamento ci sarà ma non a breve termine. In quanto architetti non disegneremo più, programmeremo. È tramontata definitivamente l’epoca del disegno a mano libera, e noi siamo ancora uno studio in cui disegniamo tutto fino all’ultimo dettaglio, ma grazie ai format e alle biblioteche digitali, ai programmi informatici e all’ingegneria sarà possibile progettare un hotel o un edificio residenziale senza avere un’idea di architettura, con il risultato di un prodotto decontestualizzato. La mia paura è che vivremo in un mondo più prefabbricato e omologato, dove non ci sarà spazio per la creatività e la poesia.

Ci sono progetti dove ti sentí più coinvolto, che ti divertono di più?

I due botique hotel che abbiamo realizzato – il Casa Grande e il Caro – sono progetti di piccole dimensioni, con poche camere, dove il cliente è un privato. Da sei anni stiamo lavorando anche a un Intercontinental in Messico ed è un progetto pazzesco, una sfida, ma devi sempre sottostare ai canoni imposti dal brand. Quello del boutique hotel, invece, è un mondo dove mi sento a mio agio, perchè ho il controllo di tutto il processo. Spesso si tratta di edifici esistenti, dove è necessario fare i conti con le preesistenze, il che rende tutto molto più interessante.

Quanto influisce il rapporto con l’esistente nei tuoi progetti?

La relazione con il contesto è fondamentale. La presenza di elementi autoctoni contribuisce alla poesia dello spazio e a preservarne la memoria. Anni fa mi capitò di progettare il ristorante dello chef catalano pluristellato Santi Santamaria e da quell’esperienza imparai moltissimo. Il risultato rispecchia l’obiettivo originario: favorire la relazione dei clienti con la materia prima. Grazie alla cucina di Santi, che cercava l’equilibrio perfetto tra razionalità e purezza, ho imparato a distinguere quando uno spazio, o un prodotto, non ha bisogno di nient’altro. Per esempio nell’Hotel Caro nel centro storico di Valencia convivono resti delle mura arabe del XIIº e un mosaico del IIº secolo. Qui, la stratigrafia e la complessità del luogo ci hanno portati a lavorare in termini di riduzione e semplificazione. Per quanto assurdo possa sembrare, grazie a questo metodo, per creare qualcosa di straordinario, abbiamo imparato ad acuire l’ingegno.

Il design di arredi continua a essere una parte importante della produzione dello studio.

Assolutamente. Iniziò quasi per caso, disegnando arredi su misura per un cliente. Fu così che l’azienda che li stava realizzando mi chiese se potevano produrli su scala industriale e da allora non ho mai smesso. Non solo, durante la pandemia in studio abbiamo trovato il tempo per concretizzare un’idea che ci ronzava in testa da un po’: aprire uno spazio qui vicino, una sorta di galleria dove esporre una selezione di prodotti disegnati da noi, che possono essere acquistati esclusivamente online.