INTERVISTE
Jaime Hayon

Ludico, visionario, fedele a un’estetica creativa, immaginifica e colorata. Jaime Hayon firma progetti contract e oggetti di design che si aprono al dialogo fra arte, decor e architettura. E che, come ci ha spiegato, hanno sempre a che fare con le connessioni emotive

Talento eclettico, Jaime Hayon non ama essere incasellato. Da quando, nel 2000, ha inaugurato a Valencia lo studio che porta il suo nome, il 47enne spagnolo si è dedicato a una missione: sfumare i confini tra design, arte, architettura, decorazione. Che si tratti di progettare un vaso, un divano, un negozio, un albergo o un’installazione, ciò che conta è l’impatto che quel dato oggetto o ambiente può suscitare su chi lo fruisce: “Il design deve emozionare”, è il suo motto, e l’idea è che per riuscirci debba aprirsi al dialogo con altri linguaggi. Questo lo ha spinto negli anni a lasciare il segno in contesti anche molto distanti tra loro: un segno riconoscibile, a tratti ludico, visionario. “Il mio approccio al design ha a che fare con le connessioni emotive, non mi concentro mai solo sulla funzionalità”, dice Hayón.

A cosa si lega questo tuo atteggiamento, se ripercorriamo a ritroso il tuo percorso?

Da adolescente andavo matto per lo skateboard, è stata quella passione a spingermi a esplorare la mia creatività e a cercare un mio stile: ho iniziato disegnando tavole da skate, in una comunità che vedeva nella ricerca di una forma espressiva personale un valore. 

I tuoi progetti d’interior design hanno spesso un carattere ludico: come mai?

È il mio modo di dare vita ad ambienti che, oltre a garantire comfort, facciano stare bene le persone e le ispirino. Ideare gli interni di una location per me significa disporre di una piattaforma per sperimentare il design come se stessi lavorando a una scenografia: c’è un palco su cui sfilano elementi che devono regalare a chi vi accederà un’esperienza unica, speciale. 

Nel concepire progetti giocosi non c’è il rischio di ripetere una sorta di schema?

C’è un grande senso dell’arte in tutto ciò che faccio, per cui sono sempre aperto ad affrontare nuove sfide. Come? Partendo dagli elementi che compongono la mia cosmografia personale e con un forte focus sulla narrazione: alcune storie possono incontrarsi in un punto, ma questo non implica una ripetizione, perché il mio lavoro tende a una costante evoluzione volta a sorprendere ogni volta.

Anche la tua predilezione per colori ludici e vivaci è parte di questa cosmografia? Del tuo modo di vedere il mondo?

Per come lo vedo io il mondo non è grigio o in bianco e nero: è la bellezza del cielo, del mare, del paesaggio, del cibo, degli animali, della cultura. Credo che il colore sia un elemento di connessione con lo spirito: in un ambiente concepito abbracciando quest’idea si starà sicuramente meglio.

Da questo punto di vista è significativo il modo in cui hai progettato a Seul lo Hyundai Moka Garden, mix di spirito infantile e amore per la natura: qual era l’obiettivo?

Parlare di fantasia, humor, umanità. E non solo ai bambini, primi destinatari di quello spazio, ma a tutti coloro che vogliono conservare la capacità di credere nella magia.

Nel campo dell’hotellerie, invece, come affronti progetti come quello dell’hotel Barceló Torre de Madrid?

Studio l’identità del posto, cos’è, come si presenta, dove si trova, a chi si rivolge. E poi, l’aspetto più importante: che cosa sogna di diventare quel luogo? Porsi questa domanda significa pensare fuori dagli schemi per dare vita a un ambiente che produrrà nuove modalità di divertimento e interazione. È sempre l’esperienza del visitatore a guidarmi.

Oggi si parla tanto di sostenibilità: cos’è per te?

Per me sostenibilità significa qualità e artigianalità. Un pezzo realizzato con materiali naturali e con un alto livello di artigianalità durerà nel tempo ed è, quindi, sostenibile. Un esempio è la Mesamachine che ho disegnato a inizio pandemia: un’unità per lavorare a casa improntata su bellezza e flessibilità e fabbricata da artigiani del legno: sono certo che non invecchierà, né si deteriorerà mai. Lo stesso vale per le mie sedute T-Bone firmate Ceccotti, azienda che punta sul fatto a mano e usa legno d’incredibile qualità: ne ho una a casa e non la sostituirò mai, nutro ammirazione per le competenze tradizionali e promuoverle è parte del mio lavoro.

Quali materiali naturali preferisci, oltre al legno?

Pietre, metalli, ceramiche, tessuti che siano duraturi.

I divani Plenum che hai firmato per Fritz Hansen assicurano la giusta privacy nei luoghi pubblici e vantano tavolini integrati, prese di corrente e porte USB per computer e cellulari. Sembrano prodotti post-Covid, ma li hai disegnati prima della pandemia: il design è in sé anticipatore di tendenze?

Il modo di vivere in società cambia di continuo e la collaborazione con Fritz Hansen nasceva proprio da una riflessione profonda su tali cambiamenti. Plenum risponde a un’esigenza di interagire in maniera più flessibile e di unire condivisione e privacy negli spazi di lavoro che la pandemia non ha fatto che rafforzare.

Ti muovi al confine tra arte, architettura e design, di recente hai disegnato una collezione di abiti per Zara e hai detto che i lockdown ti hanno avvicinato alla pittura: il futuro è multimediale?

Per me la creatività è una strada, non la suddivido in aree separate, mi piace perdermi nelle sue profondità e imparare a esplorarla da nuove prospettive e modalità sempre diverse. L’esperienza con Zara è stata interessante perché ho lavorato con il brand disegnando non solo i pezzi della collezione, ma definendo anche materiali, finiture, dettagli. Poi, sì, c’è la pittura: ho da poco inaugurato la mia prima mostra a Maiorca ed è stato stupendo, ho intenzione di andare ancor più in questa direzione.

Artisti preferiti?

Tra i tanti, Picasso, Salvador Dalí e Hans Hofmann.