Un lusso che abbracci la cultura del design, una personalità creata su giochi di contrasti. Fabio Fantolino racconta la sua filosofia di progettista: una conoscenza approfondita dei materiali, della storia dei prodotti e del concetto di contemporaneità per creare soluzioni d’impatto ed emozionare
Si muove su più fronti spaziando in diversi settori, ma che si tratti di interior, di architettura o di concepire prodotti e arredi, Fabio Fantolino crede in un approccio olistico volto a combinare lusso e cultura del design, per conseguire un’armonia tra gli elementi costitutivi di un ambiente che si traduca in una scelta identitaria. Diviso tra il suo studio torinese inaugurato nel 2001 e quello milanese aperto nel 2016, ci confida: «Amo le città e in particolare il centro, perché è lì che più si respira l’energia propulsiva di cui ho bisogno per sentirmi stimolato».
Hai lavorato a molti progetti d’interior. Nell’affrontarli da dove parti?
Se si tratta di ristoranti, hotel e attività commerciali il primo passo è comprendere l’obiettivo e il target che i committenti hanno in mente. Per le residenze private invece entra in gioco l’empatia. Nonostante sia fondamentale procedere a un’analisi tecnica lavorando sui layout e analizzando volumi, spazi, storicità e legami col territorio, decori o affreschi da conservare, ciò che conta è parlare con il cliente, capire come si esprime e quali sono i suoi gusti per orientare il design dell’abitazione rispettando allo stesso tempo la sua personalità e la filosofia del mio studio.
Qual è il cuore di questa filosofia?
Nei nostri progetti ricorre quasi sempre un gioco di contrasti: storicità e contemporaneità, opulenza e minimalismo, colore e neutralità, materialità e non materialità. Non contrapposizioni esplicite, ma in grado di conferire personalità agli ambienti, riempiendoli di contenuti. Per esempio, a Casa Bogino abbiamo puntato sull’opposizione materica tra i nuovi pavimenti minimalisti trattati con resina e l’opulenza di quelli preesistenti.
Hai dichiarato che un’altra qualità dei vostri progetti è la contemporaneità: ossia?
Per me i progetti senza tempo di cui si parla spesso non esistono, ogni intervento si realizza sempre in funzione anche di trend tecnologici. Mi spiego meglio. Oggi è possibile inserire in un bagno un rubinetto nero, scelta progettuale impensabile dieci anni fa ma che significa che l’estetica di quel rubinetto connota l’epoca attuale. Il che non toglie, tuttavia, che tra altri dieci anni potrei volerlo sostituire con una soluzione cromata, senza implicare che quest’ultima sia “timeless” mentre il modello precedente una moda passeggera. Quando parlo del significato del concetto di contemporaneità mi riferisco al fatto che ogni designer deve conoscere perfettamente il linguaggio del design internazionale odierno. Il presente richiede al professionista una conoscenza approfondita di determinate forme, tecniche, tinture e una loro conseguente, seppur personale, gestione. Cosa compone il mercato mondiale, in questo momento, in termini di illuminazione, arredamento, cromie e materiali? Non si può prescindere da questa domanda.
Come intervieni su colori e materiali?
Intanto va detto che il cromatismo è in sé un linguaggio contemporaneo, che oggi ha sostituito il minimalismo tono su tono, neutrale, di tendenza qualche tempo fa. Come studio non usiamo quasi mai il colore come oggetto principale su parete, ma come soggetto collaborante su finiture, stoffe, tappeti. Quanto ai materiali, nei miei progetti il legno è quasi immancabile, accostato per lo più a marmi o pietre naturali, in modo da valorizzare manufatti che, pur essendo dei semilavorati, danno la sensazione di un legame con la natura che trasmette calore, rassicura e crea atmosfera. L’effetto del percepito è, infatti, fondamentale, dato che potrebbe differire dal progetto ideale che noi designer ci prefiguriamo con le nostre competenze.
Passando dal design di prodotto agli interior e alla scala urbana, che cosa cambia?
Tutto, parliamo di tre mestieri diversi, benché sviluppati secondo la mia personale visione. Anche per disegnare una poltrona occorre conoscere non solo ogni caratteristica di quella tipologia di manufatto, ma anche tutti i modelli in produzione oggi come ieri, altrimenti si rischia di mettere a punto una seduta non comoda o di ripetere una soluzione già creata in passato che nessuna azienda vorrà. Più conosci, più hai armi per ottenere il design che vuoi esprimere. E per fare in modo che sia una scelta vincente.
Chi sono stati i tuoi maestri?
Ho sempre osservato i professionisti di livello internazionale, cercando di comprendere quali caratteristiche li avessero trasformati nei progettisti rinomati che tutti noi conosciamo. Non mi sono lasciato condizionare da Carlo Mollino e Gio Ponti sotto il profilo stilistico, ma studiarli mi ha aiutato a cogliere cosa occorresse sperimentare per trovare la mia strada. Il tutto sin dall’inizio nella prospettiva della polivalenza, con l’intento di muovermi sia nell’architettura che nell’interior e nel prodotto. Dopodiché il mio gusto potrebbe giudicare come più talentuosi sulla scena italiana nel coprire tutte queste scale nomi come Lissoni e Citterio, mentre all’estero ammiro Arthur Casas.
Quanto conta emozionare?
Ogni ambiente deve suscitare in chi lo vive emozioni e sensazioni e perché ciò avvenga serve una composizione avvicinabile a una scenografia cinematografica. Nel design d’interni ogni progetto deve presentare dei soggetti principali e delle comparse, dosando i primi e le seconde in modo da ottenere un preciso equilibrio. Il punto è, dunque, conferire ruoli consoni agli elementi che compongono un ambiente, dando vita a una gerarchia che conferisca personalità e armonia all’insieme. Infatti, se i soggetti principali sono affastellati l’ambiente diventa impastato, poco leggibile e non rilassante, ma se non sono abbastanza d’impatto quest’ultimo risulta scarico e non molto interessante. E se a volte il soggetto principale è una sensazione di spazio, in altri casi può trattarsi di un divano o di un’opera d’arte.
La pandemia lascerà tracce nel design del futuro?
Di sicuro ha favorito un modo di guardare alla casa non solo come a un posto dove si torna la sera a dormire, ma come a un luogo da vivere tutto il giorno e a tutto tondo. Ciò detto, si sta speculando su alcuni concetti: lo smart working lascerà certamente un retaggio, la richiesta di appartamenti con angoli ufficio, balconi o terrazzi e con una forte sintonia tra interno ed esterno è in aumento, così come la sensibilità verso la sostenibilità, che è il nostro punto di arrivo. Ma mi rifiuto di pensare che il futuro ci vedrà chiusi ancora a lungo in casa, perché è l’incontro con “il fuori” che produce scambio, idee, dialogo e non possiamo farne a meno.
A proposito di sostenibilità, il punto di arrivo di cui parli quando si raggiungerà davvero?
Quando ciò che è sostenibile costerà come ciò che non lo è e sarà altrettanto disponibile sul mercato, per un pubblico trasversale, di ciò che non lo è.