Il “Manifesto del design del non-finito” di Luciano Crespi getta lo sguardo sugli avanzi urbani in quanto risorse. Per una cultura del progetto pronta a reinventare
Il secolo che stiamo vivendo segna una svolta epocale per molteplici ragioni, prime fra tutte una crisi climatica che non può più essere ignorata e una liquidità lavorativa ed esistenziale che assieme alla crescente digitalizzazione e a importanti fenomeni di migrazione ha modificato, e sta continuando a modificare, lo stile di vita di molti di noi e delle nostre comunità. In questo contesto che vede parole quali sostenibilità e flessibilità farsi sempre più centrali, la lettura di un breve saggio uscito nel 2018, Manifesto del design del non-finito di Luciano Crespi, diventa un ottimo spunto per riflettere sulle sfide che il futuro riserva all’architettura e al design.
In una sessantina di pagine l’architetto varesino, docente e presidente del corso di laurea in Design degli Interni al Politecnico di Milano e condirettore dei master in Exhibition Design e in Urban Interior Design, tratteggia un approccio alla progettazione quantomeno auspicabile, se si pensa ai prossimi decenni: il “design del non-finito” inteso come pratica di recupero degli avanzi, ossia di edifici abbandonati di vario genere, che vada oltre la mera rifunzionalizzazione degli stessi per affermare un’estetica che rappresenti intrinsecamente le condizioni di provvisorietà, precarietà e transculturalità dell’epoca odierna.
Partendo dalla constatazione dell’abbondanza di immobili dismessi in Italia e nel mondo, Crespi pone alla base del suo ragionamento l’importanza dell’avanzo in quanto diverso dallo scarto: laddove quest’ultimo viene messo da parte perché difettoso, l’avanzo sembra semplicemente diventato inutile, ma in realtà è una riserva e una risorsa da riscattare e da rigenerare. E da rigenerare non semplicemente, com’è stato fatto finora in tanti casi, affidandone la gestione a qualche ente pubblico o privato che lo utilizzi a tempo determinato, ma adattandolo a una nuova funzione secondo una specifica e inedita sintassi – questo per Crespi è un aspetto fondamentale – volta ad “accogliere nel progetto come un dono gli elementi di degrado, le ferite, le rughe, le grinze, le pieghe presenti nell’opera” e a “dare forma e senso all’ambiente interno ed esterno con l’inserimento di componenti aggiuntivi”.
La premessa è che nelle società post-industriali è il progresso stesso a produrre ciclicamente avanzi nello spazio urbano e urbanizzato. Si tratta, dunque, di proporre un paradigma diverso da quelli in uso finora, un paradigma che si adegui a tale realtà in costante trasformazione, portatore di un codice estetico riconoscibile e ben più rigoroso e carico di senso dello stile raw o industriale di moda già da tempo specie nel settore dei bar e dei ristoranti, un paradigma dotato di una propria grammatica in grado di rispondere ai bisogni della contemporaneità senza cancellare le tracce del passato e, anzi, conservandole in quanto deposito di memoria e valorizzandole quali cicatrici di una storia stratificata.
Qui entra in gioco il concetto di transdisciplinarietà, visto che una simile sperimentazione progettuale non può che rivelarsi, sostiene Crespi, come “disciplina di confine collocata tra design, interior design, arti, restauro, exhibition design, scenografia, cinema, fotografia”. “Rifugi per i neo-nomadi del terzo millennio” così l’autore del Manifesto del design del non-finito definisce gli spazi rigenerati con questo approccio di per sé anche etico, e il trattino tra ‘non’ e ‘finito’ sta proprio a indicare che ci si riferisce a interventi reversibili e concepiti come tali già in nuce, ossia in fase di (ri)progettazione.
Nel concreto tutto ciò può regalare ad architetti e progettisti l’occasione di reinventare il territorio sfruttando l’esistente secondo processi di riuso adattivo che consentendo di evitare sprechi e demolizioni costosissime possono rappresentare una parte della soluzione alle crisi di questo millennio. A un patto, però: che la politica e le amministrazioni pubbliche comprendano che una sfida simile esige una responsabilità collettiva anche istituzionale e strategie ad hoc non riducibili a singole operazioni isolate e autoreferenziali – ne conosciamo tante –, bensì figlie di un ripensamento coerente del territorio medesimo, basato sulla consapevolezza che, come scrive Crespi evocando il primo principio della termodinamica, “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto cambia”. O, per citare un celebre aforisma attribuito a Eraclito, “panta rei”.