Nel loro atelier sul lago di Como, Draga Obradovic e Aurel K. Basedow sfidano i confini del design con un approccio eclettico e multidisciplinare
Artisti, designer, artigiani, Draga Obradovic e Aurel K. Basedow, coppia nel lavoro e nella vita, incarnano un approccio trasversale al mondo dell’arredamento e degli interni. Li abbiamo intervistati nel loro atelier sul lago di Como – che amano chiamare “la nostra bottega” e dove i quadri di Aurel impreziosiscono le pareti – dove dal 2007 plasmano collezioni e allestimenti che combinano le loro passioni, dalla pittura al vintage al textile design, con uno studio di colori, materiali, pattern e trasparenze che passa attraverso un abile intreccio di tecnologia e fatto a mano. “Al Salone del Mobile 2023 – dicono, elencando collaborazioni con Baxter, Wall& Deco, Anthropologie, Visionnaire, Essential Home/DelightFUL, Gallotti&Radice – presenteremo nuovi progetti, lampade da tavolo e a sospensione su cui non possiamo anticipare troppo. Abbiamo lavorato molto sulla luce”.
Vi siete formati all’Accademia di Belle Arti di Firenze, nel mondo del design siete due outsider: vi riconoscete in questa definizione?
Molto. io, Draga, dopo l’Accademia a Firenze ho subito pensato di lasciare il mondo dell’arte, perché lì sentivo di non avere una storia da raccontare. E quella storia l’ho cercata altrove, per poi trovarla attraverso la passione per la moda, che mi ha portato al textile design. Il salto nell’arredamento è stato naturale: a un certo punto ho iniziato a giocare con tessuti fatti a mano che insieme all’amore per il vintage mi hanno spinta a immaginare abbinamenti con vecchi divani, poltrone, sedie, madie, credenze. Nel frattempo Aurel era stato artista, eremita, percussionista e altro ancora. Nel design abbiamo trovato un terreno comune in cui esprimere i nostri talenti a partire dall’amore per oggetti di varie epoche in stili differenti: è stimolante trasformare un oggetto abbandonato, non più considerato, dandogli la possibilità di rivivere. E di rivivere alla grande.
È l’arte dell’upcycling, alla base della vostra prima mostra alla Milano Design Week 2008, “Contain Yourself”, e della collezione Heritage. Ma perché rivisitare il passato?
Perché porsi dei limiti, per esempio lavorando solo con il recupero, libera la creatività. Che è anche il motivo per cui poi siamo andati oltre, per esplorare temi da sviscerare con allestimenti e collezioni e con la decorazione nel senso più alto del termine, come disciplina di rango non inferiore al design d’interni, come linguaggio artistico che fa dialogare le nostre creazioni con l’involucro che le ospita, completandolo e veicolando emozioni inattese. Anche i quadri di Aurel rispondono a questo approccio: creati con foto, tappeti antichi e disegni reinterpretati tramite la pittura, sono sculture tridimensionali rivestite di resina in cui si riflette ciò che le circonda e che, dunque, comunicano con lo spazio e con chi lo vive per le loro qualità intrinseche.
Unita a forme morbide e sinuose, la resina oggi è il vostro marchio di fabbrica, protagonista della collezione Transparency Matters: qui qual è la sfida?
Transparency Matters è l’espressione dell’atteggiamento trasparente, ossia autentico, che cerchiamo di coltivare. Nasce da un mix di fascinazioni: per il minimalismo, per la visionarietà futuristica della space age, per l’optical art, per il brutalismo quando affianchiamo la resina al cemento, per ciò che ha fatto Paco Rabanne nella moda con i suoi abiti in metallo fluido quando la accostiamo al bronzo o all’ottone. In più c’è la volontà di valorizzare l’intersezione tra fatto a mano e nuove tecnologie. In un’epoca in cui siamo quotidianamente bombardati da un’infinità immagini che possono minare l’inventiva, andare nel nostro laboratorio e prendere in mano del cemento o della resina fa sì che affiorino idee nuove che tramutiamo in realtà assieme a cementisti, tappezzieri, artigiani. Nella convinzione che l’artigianato sia una ricchezza da conservare, che sia il futuro.
Con quali parole descrivereste la vostra filosofia?
Gioco, divertimento, leggerezza sono sicuramente tre dimensioni che ricerchiamo muovendoci out of the box. Al contempo ci interessa dare vita a oggetti accoglienti e sensuali, laddove per sensualità intendiamo la capacità di trasmettere sensazioni piacevoli tramite la fisicità, la matericità. Perché se una poltrona non è bella solo da vedere, ma anche da toccare, da sentire, allora sì che può donarci anche un senso di appartenenza all’ambiente in cui è inserita.
Un art design, il vostro, incentrato sulla contaminazione
In questo ci rifacciamo agli Anni 70, epoca in cui non si dividevano in modo così netto le diverse discipline artistiche. Lo racconta bene Patti Smith nel libro Just Kids, dove ricorda come lei e l’amico fotografo Robert Mapplethorpe passassero le giornate a creare, disegnare, scrivere, suonare, fotografare, e questo senza avere in mente che cosa volessero diventare da grandi e senza separare l’arte dalla vita, senza rinchiuderla in una scatola, ma lasciandola trasbordare. È lo stesso spirito che mettiamo noi in tutto ciò che facciamo.