Nelle pagine del libro “Pattern & Design” – edito da 24Ore Cultura – superfici dalle geometrie ipnotiche ripercorrono la storia dell’ornamento. Dal Bauhaus a oggi
Dalle inflorescenze arboree e zoomorfe di Matteo Ragni, Nathalie Du Pasquier e Studio Job alle geometrie optical di Alessandro Mendini, Elena Salmistraro e Paola Navone. Dai microuniversi di Gio Ponti, Andrea Branzi e Aldo Cibic fino alle sperimentazioni grafiche di Abbott Miller e Marcel Wanders, “il fascino della superficie è irresistibile”. È questa la premessa che apre il volume edito da 24 Ore Cultura Pattern & Design, a cura di Alessandra Coppa e Anna Maioli che assemblano un ampio corredo iconografico dei pattern più significativi dal Bauhaus al design contemporaneo realizzati su differenti supporti, dai tessuti alla carta, dalla ceramica alle materie plastiche fino al digitale.
Perché a partire dalle impronte lasciate dalle mani dei nostri antenati, la storia evolutiva e produttiva della decorazione ne ha fatta di strada, seguendo una via non lineare, ma fatta di cicli e ricicli, presunte morti e resurrezioni. Il rapporto di design e architettura verso l’uso dell’ornamento, infatti, è sempre stato ambivalente. William Morris e tutta l’Art Nouveau lo consacrano a elemento insopprimibile della natura umana, mentre il Movimento Moderno ne decreta uno dei tanti decessi, scorporandolo dalla struttura profonda dell’esistente, intoccabile nella sua elementarità. Il Radical design Anni 60 – e realtà quali Archizoom, Superstudio e Memphis – ne resuscitano non solo l’uso, ma lo connotano di una nuova componente emozionale, oltre che semiotica.
Perché, quindi, questo fascino è così irresistibile? Che il pattern non sia puro decoro fine a se stesso lo rivela la sua stessa natura di reiterazione modulare. Nella ripetizione dello stesso schema, il pattern-decoro dispone la sua microstruttura in modo non casuale, secondo una razionalità studiata a tavolino. E riguardo la demonizzazione del decoro a opera del modernismo, le curatrici Coppa e Maioli la inquadrano come il riflesso della cultura del tempo, guidata da una sintesi epistemica che riduceva all’atomo la conoscenza logico spaziale del mondo.
È l’avvento del postmodernismo a sfaldare questa linearità. Con la fine delle grandi narrazioni e dell’uso del mithos e del logos come collanti della memoria collettiva, la società liquida predetta da Bauman ci intrappola nelle maglie di una viscosità fluida e dematerializzata. Smolecolata. La realtà postmoderna è una gigantesca rete di nodi iperconnessi, che contiene tutto e niente, decentrata e rizomatica. Dagli Anni 90 in poi, la riesumazione ancora più concitata dell’uso del pattern costituisce una reazione al fluire inostacolato di questo “presente continuo”, che rompe le barriere tra cultura alta e pop, creando un “folle miscuglio, un’estetica dirompente tra kitsch ed eleganza” dove stilemi vintage, zoomorfi, ludici, etnici e hi-tech si contaminano a vicenda.
L’ornamento riesce così in un compito impossibile: far esplodere l’estrema sintesi del minimalismo con il suo decorativismo e insieme incasellare il continuum amorfo dell’esistente attraverso l’ordito delle sue trame. Il pattern si fa quindi espressione dell’apparente caos cosmico. Un caos che ci ricorda i frattali: oggetti geometrici la cui forma si ripete allo stesso modo su scale diverse in un loop infinito, “rintracciati in natura come sistemi auto-organizzati dall’intelligenza ricorsiva e flessibile” sui quali l’umanità in futuro potrebbe fare affidamento. Una ricorsività che la preveggenza dei pattern anticipa nelle strutture di fondo, restituendo le logiche della società che li ha generati.
Lungi dall’essere meri orpelli o categorie assolute di giudizio, i pattern sono una funzione a supporto dei bisogni socio-culturali che caratterizzano l’umanità in un dato tempo. E che, come tale, può rimanere dormiente per decenni o guidare le arti figurative di un intero secolo.