Progettare partendo dall’ascolto delle esigenze del mercato. Un vero e proprio mantra per Marc Sadler, che in un percorso costellato da prodotti iconici e riconoscimenti internazionali ha sempre cercato di sfuggire all’autoreferenzialità
La storia di Marc Sadler si dipana fra vari ambiti progettuali che il designer armonizza grazie alla capacità di plasmare il suo intervento sul processo produttivo. Laureato in estehétique industrielle all’Ensad di Parigi è riconosciuto come pioniere della sperimentazione dei materiali e della contaminazione fra le varie tecnologie. Nel lungo elenco di aziende con le quali ha collaborato si trovano importanti brand dell’arredamento: da Foscarini a Ethimo, da Flos a Pedralie poi Fabbian, Listone Giordano, Gaber, Olev, Mamoli e Gruppo Treesse.
A chi ti rivolgi quando sviluppi un progetto?
Anni fa ero art director di un’azienda internazionale dell’arredobagno, che commissionò una ricerca a livello europeo sul valore del design. Pur con tutte le cautele con le quali si leggono queste ricerche, fummo sorpresi dal risultato non scontato e sorprendente che emerse dalle risposte. Gli intervistati sembrava non si interessassero alla forma del prodotto – in questo caso un miscelatore –, alle sue curve morbide o al contrario squadrate, ma volevano capire in quanto tempo l’acqua arrivava alla giusta temperatura, o quanta acqua si consumava. Mentre per il lavabo le questioni vertevano sul fatto che questo non dovesse essere un’arma letale, ma al contrario un prodotto easy, dove poter lavare il cagnolino, o i propri capelli, senza spaccarsi la schiena. Questo per dire che alcune volte il marketing nel suo insieme si fa prendere in contropiede. E succede anche al progettista quando disegna un oggetto di design, come un rubinetto che, in definitiva, altro non fa che erogare acqua. Anche sui bagni degli ambienti pubblici vorrei dire qualcosa, perché dopo il Covid si è scoperta l’importanza di non utilizzare spesso le mani su rubinetti, maniglie e superfici in genere. Se posso sognare, mi immagino un bagno pubblico che si auto-igienizza un istante dopo l’uscita dal locale. Dobbiamo lavorare di più, meglio e con maggiore intelligenza attorno al concetto di about water. Lo spazio per questo lavoro esiste, sia per l’azienda che per il progettista. Bisogna ascoltare le richieste del mercato, che poi, in definitiva, è la somma di tante piccole individualità. Non sono molte però le aziende che, in qualsiasi settore, sono espressamente votate a questo tipo di ascolto, che va in conflitto con certe regole del marketing, dove si ascoltano molto, forse troppo, i dettami dell’estetico. La progettazione non si deve limitare alla superficie, ma scavare in profondità. E, per questo, bisogna conoscere la materia, far parlare i materiali. Senza preconcetti. Solo così si toccano, e si soddisfano, tutti i gusti e le culture. Anche questo è il lavoro del progettista, dell’art director: saper declinare e narrare il savoir faire dell’azienda.
Declina art director
Indosso diversi cappelli nel mio lavoro. Certe volte è un cappello da provocatore, come per le lampade, ma volendo anche in un rubinetto. Poi mi metto il cappello dell’industrial designer, ovvero di una professionalità che definisco di prestazione di servizio verso l’azienda. Dove mi metto a disposizione del mercato. E delle sue esigenze. Non voglio ostentare una forma per soddisfare un senso di autoreferenzialità. Penso sempre all’utente finale. E ricordiamoci che quello del progettista non è un lavoro da singoli, è un vero e proprio gioco di squadra. Che produce una catena, dove ogni anello deve possedere determinate caratteristiche.
Tempo fa hai dichiarato che ti piacerebbe essere invisibile. Cosa significa?
Più che invisibile mi ritengo capace di plasmarmi, di adattarmi, per poter diventare non un singolo corista ma un direttore d’orchestra… e qui ritorniamo al ruolo dell’art director. Un ruolo che impari nel tempo e che rifugge dalla pur comprensibile vanità, che deve proporre un oggetto, o meglio una serie di oggetti, capaci di resistere, di durare, funzionali e soddisfacenti.
Il ruolo dei materiali
Un argomento per me fondamentale. Sono sempre alla ricerca di materiali e dei modi di interpretarli, di utilizzarli. Sia che vada a una fiera o che mi perda in un museo, in una mostra d’arte. Sono una sorta di navetta che fa la spola fra arte e tecnologia, fra buon senso e creatività spinta. Da questo percorso, da questi pensieri e osservazioni, dalle prove in laboratorio e in azienda, nasce poi il vero progetto. E qui è fondamentale il ruolo dell’artigiano di livello, capace di dar forma all’idea del progettista. E dove li trovi dei personaggi così se non in Italia? Dopo questo passaggio può arrivare il capolavoro industriale, la serialità. E, di conseguenza, la sua commercializzazione, il marketing. Le percentuali di fallimento lungo questa filiera (osservare-provare-costruire) sono altissime, ma quando la filiera si salda in un prodotto la soddisfazione è immensa. Allora sì, in quei casi sono invisibile, nel senso che è il mio segno che diventa invisibile, e l’utente capisce, sente questa invisibilità e l’apprezza. Rispondendo meglio alla domanda precedente, essere invisibile significa non far prevalere il tuo segno.
La plastica e Marc Sadler, un rapporto che dura da sempre
Qui occorre buon senso. È un materiale fantastico, ha cambiato il mondo, letteralmente. Anche nell’utilizzo dell’acqua in bagno o in cucina, pensiamo ai tubi di ferro o piombo che si utilizzavano una volta. Ma sicuramente si è esagerato. E il riciclo, in sé, non è la soluzione, in quanto il materiale riciclato non ha le stesse performance. Anche qui, lo spazio della ricerca e dello sviluppo è enorme. Per esempio, si può studiare un nuovo materiale plastico, o programmare la plastica con una obsolescenza programmata che la degradi nel modo più sostenibile possibile.
Marc Sadler oggi
Ritorno al tema dell’invisibilità. Cerco di fare bene quello che mi propongono, e oggi dispongo di una squadra eccezionale, che mi aiuta nelle ricerche e mi supporta nelle proposte all’interno di una filiera che ormai conosco benissimo, con l’obiettivo di trovare nuove forme e funzioni. Mi piace guardare oltre, sono curioso, poi ho i cassetti pieni di appunti, schizzi, disegni, progetti che aspettano il giusto tempo per essere sottoposti alle aziende.
A proposito di nuove collaborazioni, hai iniziato un interessante percorso con Treesse
Sono particolarmente soddisfatto del rapporto, direi anzi del connubio che si è creato fra me e l’azienda nel suo insieme. Stiamo offrendo al mercato una bella e interessante chiave di lettura su mini piscine, saune e vasche, in particolare per il mondo del contract e dell’ospitalità in genere. Una collaborazione che è riuscita, anche grazie al coraggio del titolare, a introdurre in questo segmento di prodotto elementi di design, di estetica, di bellezza formale unendole a innovazioni tecniche davvero notevoli.
Quale domanda vorresti sentire da un giornalista?
Mi basta che non mi chiedano dove va il design, perché di questa domanda non ne posso più.