Per Francesca Lanzavecchia il design è “risoluzione di conflitti”. È tessere storie. Progettare nel rispetto di tutti i corpi. Creando oggetti d’affezione che superano la prova del tempo
Disegna oggetti che ci corrispondono, archetipi narrativi che spaziano dalla moda all’arredo all’arte. Francesca Lanzavecchia, nata a Pavia nel 1983, apre le porte del suo studio milanese per parlarci di un approccio alla progettazione che affonda le radici nella trasversalità, nell’empatia e nella contaminazione. Sorrette da un’apertura di pensiero e una visione a lungo termine.
Potresti ripercorrere le tappe del tuo studio?
Provengo da una famiglia di medici che non voleva assolutamente intraprendessi un percorso creativo. Ma il mondo della medicina era troppo freddo, mentre io sentivo la necessità di creare con le mani e con il pensiero. Allora ho capito che non era l’espressione verbale quanto quella visiva a far risuonare in me determinate corde: sognavo che attraverso il design sarei sparita dietro le mie creazioni. Così, mi sono iscritta al Politecnico di Milano. Lì ho sicuramente imparato il rigore e il pensiero laterale, ma è stato solo durante il master alla Design Academy di Eindhoven che ho toccato con mano tutto quello che ho progettato, facendo pace con le mie due anime: quella che si interessava all’oggetto nel suo contesto produttivo e quella che, invece, osservava le dinamiche sociali e psicologiche intorno al progetto. Così, una volta tornata in Italia, io e Hunn Wai abbiamo aperto uno studio che avesse due sedi, Italia e Singapore, e che portasse il meglio di ogni paese nell’altro. Con la possibilità di chiedersi quasi quotidianamente dove sta andando il mondo. Del design e non solo.
Tra le tue collaborazioni si annoverano Hermès, Zanotta, Living, Nodus, Trussardi, De Castelli, Triennale Milano: come riesci a muoverti tra queste trasversalità?
Mi diverto, saltando da un ambito all’altro. Di base credo che il progetto si faccia in gruppo, non mi piace parlare in prima persona. Come si collabora? Sicuramente ci deve essere un feeling, i progetti vengono bene se condivisi e fatti a più mani. Mi piace pensare che le cose si nutrano l’una dell’altra: quello che trovo nella moda torna nelle installazioni museali, si contamina con il design di prodotto e tutto in qualche modo si parla.
Nell’ultima collezione, Verde Sospeso, ti rendi interprete di una tecnica antica come il mosaico
Il mosaico altro non è che una pelle iper-espressiva che impreziosisce l’oggetto, donandogli una scala architettonica e una funzione contemplativa. Da qui l’idea di creare tre vasi-colonna, tre piccoli altari per il verde domestico, realizzati con il supporto della stampa 3D e rivestiti con tasselli di mosaico applicati su un sottofondo colorato. Io e la mosaicista abbiamo lavorato a quattro mani, e abbiamo innovato. Il design, come vedi, è dialogo, è risoluzione di conflitti, è qualcosa che si accresce.
Parliamo della tua relazione con gli oggetti. Li chiami mates, sono delle tue estensioni
Sì, ma sono indipendenti da me, hanno un loro carattere, una loro genesi fatta da tutte le mani che li hanno toccati prima di arrivare a chi poi li possederà.
Ripercorrendo la tua biografia ho notato che la tua tesi di laurea era incentrata sulla proestetica. Quanto il design deve avere a che fare con il corpo e le sue necessità?
Quando progetto cerco di farlo nel rispetto di tutti i corpi. A volte, a livello di proporzioni ed estetica, verrebbe più facile disegnare divani molto bassi e slim, da cui però una persona anziana non riuscirebbe ad alzarsi. Bisogna sempre interrogarsi su quale sia il reale utilizzo degli oggetti. E le protesi, in quanto estensioni di noi, sono indicative di questa relazione corpo-design.
In un’intervista hai detto che gli oggetti dovrebbero invecchiare con noi
In realtà dovrebbero prendersi cura di noi. Credo che gli oggetti, se ben fatti, dovrebbero passare di generazione in generazione, durare più di noi, aiutarci in maniere diverse e in fasi di vita diverse, essere oggetti d’affezione, con un messaggio da trasmettere.
Cosa pensi dell’espressione, spesso abusata, “design senza tempo”?
Che sarà il tempo a provarlo, intanto. Idealmente, è qualcosa che vorremmo realizzare tutti, però non è necessariamente la cosa più giusta cui aspirare. Penso sia più corretto fare dei design identitari, di questo tempo. È chiaro che se guardiamo agli interni di Charlotte Perriand, con le loro proporzioni perfette, vicini all’estetica giapponese, sembra siano stati creati ieri, ma a me non dispiace essere una persona del suo tempo. Sono curiosa di quello che accade oggi.
Guardando ai tuoi progetti recenti, come la collezione Veleni, si può dire che più che dai maestri del passato, ti lasci ispirare dalle problematiche attuali?
L’ispirazione è ovunque, se hai la libertà di esprimerla. Nel caso di Veleni dovevamo presentare una collezione sulla sostenibilità. Più che proporre una linea in plastica riciclata, mi interessava parlare del fatto che ci stiamo avvelenando con le nostre mani, ingerendo sostanze tossiche. L’idea, quindi, è stata quella di racchiudere in dodici contenitori in vetro di Murano delle capsule di “veleni quotidiani”, come microplastiche e detersivi dai toni sgargianti, che innescassero nello spettatore una tensione attrattiva e repulsiva insieme. C’è sempre qualcosa di dissonante nei miei progetti. Non corrispondono a un’idea di perfezione aurea: sono oggetti umani con le loro disproporzioni, sono in movimento, ammalianti ma anche ingannevoli. Non mi interessa disegnare qualcosa di bello se poi ti lascia indifferente.
Hai un materiale preferito?
Il tessuto. L’idea che porti con sé delle storie, delle trame. D’altro canto mi piace scoprire altre tecniche, essere sfidata nell’utilizzare quei materiali che di primo acchito risultano respingenti, cerco sempre di cambiare lo status quo del metallo o del vetro, progettando specchi che fuggono dalla loro stessa cornice. Mi affascina l’idea che il vetro si possa ammorbidire, diventare sensuale, è un po’ come cercare di ingannare la percezione.
Un’anticipazione del Salone?
Ci saranno grandi novità che hanno a che fare con la moda. Ma non si può dire nulla (ride). E che firmerò solo io.