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Il colore razionale

In bilico tra intuizione e ragione, soggettività e metodo. Il Colore Razionale, pubblicato da Maggioli Editore, si chiede come comunicare e progettare il colore in modo univoco. E se abbia senso farlo

Millenni di produzione pittorica e architettonica sembrano emettere lo stesso verdetto: il colore è un’opera aperta, una materia viva e relativa. È questo il tema al centro del volume Il Colore Razionale. Le risorse metodologiche e progettuali di NCS – Natural Colour System, pubblicato da Maggioli Editore e curato da Eugenio Guglielmi e Gianluca Sgalippa. L’ambito disciplinare della cromatologia, infatti, appare in costante tensione tra approcci di tipo scientifico e altri di natura intuitiva, alla spasmodica ricerca di una sistematizzazione rigorosa e definita, valida per tutti i tempi e tutte le culture.

Cosa significano, quindi, le parole rosso, blu, nero, bianco? Come comunicarle in maniera univoca all’interno di un progetto? E, soprattutto, chi decide come classificare lo spettro del visibile? Detentore supremo di questa autorità, il Natural Colour System è il più avanzato sistema logico di ordinamento e notazione del colore. Con il suo carattere razionale supera le convenzioni linguistiche e consente al progettista di considerare l’organismo architettonico sotto l’aspetto comunicativo, che diviene un esplicito messaggio visivo. Il NCS è quindi il metodo di catalogazione più diffuso, dal design all’arte fino alla moda: una piattaforma lessicale rigorosa delle tonalità esistenti, con cui ragionare l’intero mondo del colore in chiave universale. Con una piccola falla.

Il colore, infatti, è tutt’altro che universale: è un codice polimorfo che altera la lettura dei luoghi e delle forme. È interferenza tra luminosità, opacità, chiarezza e oscurità. Classifica, dispone, etichetta e facilita la comprensione del reale trasmettendo una piacevolezza psicologica: il colore è un atto di gioia. Ma non appartiene agli oggetti, è frutto delle rielaborazioni cerebrali dell’osservatore: la realtà del mondo fenomenico è acromatica, il colore non esiste. O meglio, esiste solo quando è individuato da pratiche sociali che gli attribuiscono un nome e un senso, una verità che risale alla preistoria: le pitture rupestri rappresentano i reperti più antichi attribuibili all’Homo sapiens. L’uomo è diventato pictor prima ancora che sapiens.

La convinzione che l’architettura e la scultura antica, in particolare quella greca, fossero bianche, come la ragione settecentesca ci aveva fatto credere, è stata smitizzata da tempo. L’architettura priva di colore è priva di espressione, cioè cieca. La nebulosa in cui gravitano gli approcci metodologici raccolti nel volume deriva, quindi, da una precisa polarità: l’intrinseca soggettività della natura cromatica – la sua forza viscerale, indomita, dionisiaca – e la necessità di universalizzarla attraverso la logica apollinea del metodo NCS, che sulla prima cerca di costruire un’impalcatura di senso.

La cromatologia, infatti, ha il pregio di modellare, predire, comparare e sintetizzare la percezione delle diverse lunghezze d’onda – e delle loro combinazioni comprese nella banda della luce visibile – secondo l’occhio umano. Qui sta la sua utilità ma anche il suo limite. Non possiamo astrarci dagli schemi determinati dalla nostra retina, ma permanere in essi.

Una condizione solo apparentemente svantaggiosa che, forse, ci consente di percepire “più bellezza”. Come quella che cogliamo attraverso i pulviscoli dell’atmosfera e in particolari condizioni climatiche: una sintesi di stupore e magia. Sfumature che cambiano durante le ore del giorno, per interazione con la materia e la variazione di luce, e che poco hanno a che fare con la sola sostanza chimica, come già aveva intuito Cesare Pavese: “ogni mattino uscirò per la strada cercando i colori”.