Rispettare la materia, valorizzarne ogni aspetto, anche di risulta, per scoprire nuove funzioni. La sostenibilità, per Paolo Ulian, fa rima con trasformazione
La progettualità di Paolo Ulian si snoda fra il rigore degli insegnamenti di Enzo Mari e l’ironia mai fine a se stessa del collettivo Droog Design. Ha collaborato con Driade, Fontana Arte, Antoniolupi, Azzurra Ceramiche, Bufalini, Styl’Editions, Danese, Zani&Zani, Cassina, Kreoo, Zava e Bonacina.
Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Sono sicuro che su questa frase di Antoine-Laurent de Lavoiser avrai molto da dire
Questa frase esprime il senso profondo della nostra esistenza, ogni piccolo dettaglio in natura ci dimostra che il meccanismo è questo, tutto si trasforma in un vortice senza fine. Eppure la cosa incredibile è che l’uomo oggi sembra ancora non capire. Negli ultimi 70 anni ha addirittura avuto l’ardire di cercare di sovvertire questa legge divina, inventando una quantità infinita di prodotti industriali dai principi pericolosi, basti pensare agli enormi danni causati al pianeta dall’uso intensivo di diserbanti e pesticidi. Una vera e propria ecatombe ambientale. E il settore del design nel suo piccolo non è stato immune. Anche qui l’uomo ha remato contro la logica del “tutto si trasforma”. Penso per esempio ai cosiddetti materiali innovativi di cui si parlava molto fino a pochi anni fa. Venivano organizzate esposizioni, convegni, si riempivano pagine di riviste per presentarli. Erano spesso prodotti compositi derivati dalla chimica sperimentale, realizzati con diverse tipologie di elementi, uniti artificiosamente in modo definitivo. E i designer di quegli anni non li usavano per progettare aerei o navicelle spaziali, ma tavoli, sedie e oggetti del nostro quotidiano, che avevano tutti una caratteristica in comune: alla fine del loro arco di vita nonera possibile riciclarli. I giovani designer di oggi, invece, iniziano a riconsiderare e privilegiare i materiali naturali, adoperandoli con maggiore responsabilità e realizzando spesso prodotti monomaterici. Perché i materiali naturali sono ancora quelli più performanti, più duraturi, più belli e più riutilizzabili. Come lo sono sempre stati nella storia millenaria dell’uomo e come sempre lo saranno.
Sei considerato il progettista più attento alla sostenibilità ambientale, tanto che ti hanno definito un eco designer. Ma questo appellativo ti convince?
Forse questo succedeva nei primi Anni 90, quando quasi in solitaria indagavo queste tematiche immaginando progetti alternativi per l’epoca, riutilizzando semilavorati di scarto in marmo a costo zero o realizzando oggetti quotidiani recuperando prodotti già presenti sul mercato e modificando la loro destinazione d’uso. Al tempo, però, questo argomento non destava molto interesse, specie da parte delle aziende, mentre adesso sta avvenendo il contrario. Oggi siamo tutti eco designer per necessità. Nel frattempo, infatti, l’attenzione generale si è spostata sulla crisi ambientale e la sostenibilità sta diventando un’esigenza di mercato che non è più possibile ignorare e nemmeno rimandare. Pensando all’appellativo eco designer devo dire che non mi è mai piaciuto molto. È un’etichetta limitante, che appiattisce e riduce la molteplicità dei contenuti di qualsiasi progetto al solo aspetto marginale della sostenibilità. Penso invece che i progetti vadano analizzati nella loro complessità comunicativa per comprenderne tutte le sfumature e la varietà dei loro contenuti.
Enzo Mari, il collettivo Droog Design e tua madre. Chi è stata la fonte di ispirazione più importante?
Sicuramente tutti e tre, a pari merito. A mia mamma Annamaria riservo un posto speciale. Mi ha insegnato, attraverso l’esempio, importanti codici etici e umani. Lei non buttava via nulla. Non produceva rifiuti. Riutilizzava quasi tutto, sempre: fiammiferi, ciabatte, occhiali. Li ripensava a modo suo. L’estetica era la sua ultima preoccupazione. Devo tantissimo anche a Enzo Mari. Nel suo studio aveva una grande lavagna in ardesia su cui campeggiava una frase che non cancellava mai: “Non devo parlare inutilmente”. Ci insegnava così l’importanza della sintesi, anche nell’usare le parole. Era attentissimo a non sprecare nulla, dalle matite ai suoi sigari toscani che usava fino all’ultimo mozzicone, dai fogli di carta ricevuti per posta ai materiali per realizzare modellini, che mi sollecitava a sfruttare al massimo, ottimizzando la materia quasi come nel progetto dei sedici animali. Anche i Droog Design sono stati un mito assoluto per me e tutta la mia generazione. Erano una fonte continua di emozioni. Nel progetto osavano in piena libertà, ignorando ogni vincolo, specialmente quello commerciale. A volte, però, succedeva che oggetti così particolari, fuori dai soliti binari, riuscissero ad avere anche uno sbocco produttivo. Per me questo piccolo miracolo è accaduto con Mat Walk: un tappetino/asciugamano con cucite sopra due ciabattine per fare piccoli spostamenti in bagno. Era stato pensato per la mostra Hotel Droog a Milano, nel 2004, e nonostante non avesse nessuna aspettativa di vendita, Droog Design lo produsse e lo distribuì per alcuni anni.
Dalle piastrelle dove scrivere al raccoglitore di briciole di pane, dalla ciotola rotta da riutilizzare al “difetto” di lavorazione Waterjet da cui hai creato una nuova modalità di trattamento del marmo…
Il tema dello scarto è sempre stato una mia priorità da quando ero studente. Per la mia tesi disegnai una serie di paraventi componibili in cartone in cui sfruttavo totalmente la superficie lavorata senza produrre sfridi. Ho sempre ritenuto questo valore molto importante, specie se un progetto viene prodotto in quantità elevate. Ma anche quando un oggetto è realizzato in pochi esemplari, perché quello che conta per me è il messaggio simbolico che può lasciare alle persone. Come nel caso della ciotola in terracotta Una seconda vita, il cui decoro a fori tratteggiati, in caso di rottura accidentale, consente di salvare e riutilizzare alcuni frammenti dalle forme predefinite. È stata prodotta in poche copie, ma molto conosciuta e apprezzata tra gli studenti di design, anche all’estero, e questo basta per continuare la mia missione con entusiasmo.
Il pezzo unico versus la riproducibilità seriale. Ne parliamo?
“Pezzo unico di serie” è una definizione che ho pensato per raccontare le caratteristiche delle ciotole Drap realizzate in marmo lo scorso anno con Bufalini o del lavabo Flow disegnato quest’anno con Antoniolupi. Sono due progetti al limite del possibile, entrambi realizzati con una macchina Waterjet Cnc di ultima generazione che consente di tagliare il marmo anche di spessori alti con la sola forza di un getto d’acqua. Ho scoperto che questa macchina pur nella sua precisione digitale ha un lieve margine di errore, specie per tagli su spessori alti, e questo solitamente viene considerato un difetto. Ma se invece lo pensiamo come una caratteristica di lavorazione, può trasformarsi in uno strumento virtuoso atto a creare oggetti con particolarità di taglio molto interessanti, caratterizzate da decori spontanei sempre diversi, che non sono decisi né dal designer né dall’operatore, li decide la macchina stessa. Per questo ogni pezzo lavorato ha caratteristiche sempre differenti, ed è assolutamente unico. Ma creato in modo seriale.
Il marmo e Paolo Ulian. Un rapporto lunghissimo, c’è ancora qualcosa da dire?
È un amore – e una curiosità – che non accenna a spegnersi. Quando entro in un laboratorio dove si lavora il marmo imparo sempre qualcosa, scopro dettagli che mi erano sfuggiti la volta precedente e che spesso diventano risolutivi per un nuovo progetto. Ci sono veramente ancora tanti spazi aperti per l’immaginazione in questo settore, specie quando ci si confronta con nuove macchine a controllo numerico le cui potenzialità non sono state ancora indagate a fondo. Ogni volta ne esco carico di energie positive. Proprio come quando da bambino uscivo dal negozio di modellismo della mia città, con l’impazienza di tornare a casa per immergermi al più presto nella costruzione di qualcosa di entusiasmante.