INTERVISTE
Massimiliano Locatelli

Un volume raccoglie le creazioni sorprendenti dello studio milanese e diventa
l’occasione per viaggiare nel mondo alla scoperta di maestranze uniche.
Come l’ispirazione che le mette alla prova

L’architetto e il viaggiatore. Il sognatore e il direttore d’orchestra. Ma anche il progettista che scava nel profondo della materia e l’uomo che ne reinventa la pelle. Provate voi a scegliere una e una sola anima tra le mille di Massimiliano Locatelli che emergono dall’ultima sua creatura. Che non è un interno raffinato e immaginifico, né un arredo sfidante realizzato alla sua maniera – ovvero spostando continuamente più in là il limite della manifattura e del processo industriale – ma un libro per viaggiare nel mondo con in mano la carta d’imbarco più speciale che esista: il design. Massimiliano Locatelli Editions è il titolo dell’opera che raccoglie le fotografe, inedite e d’archivio, delle creazioni firmate dall’architetto cofounder di Locatelli Partners: non soltanto still-life, ma anche e soprattutto immagini ambientate negli interni che abitano, “perché proprio il luogo in cui sono inseriti è spesso il vero motivo della genesi degli oggetti”.

Partiamo dal Munari incorniciato alle sue spalle: che cosa racconta?

È un’opera del periodo cinetico del maestro regalatami da qualcuno che mi conosce bene.

In effetti il movimento continuo rende bene l’idea del suo design: arredi sorprendenti realizzati per case di tutto il mondo e in tutto il mondo, valorizzando gli artigiani e le manifatture dei paesi in cui le opere prendono vita. Dove nasce questa passione instancabile?

Credo da un amore profondo per la materia e i materiali e per quelle che io chiamo mani d’oro: le centinaia di ebanisti, fabbri, ricamatrici e decoratori con cui ho lavorato negli anni dal Vietnam agli Stati Uniti, inseguendo un modo particolare di definire la pelle delle cose, che poi è ciò che arriva ai nostri sensi per generare emozioni.

Nella prefazione al libro, Cristina Morozzi scrive che “la sorpresa, un’emozione che sembra essere scomparsa dal repertorio delle nuove generazioni di creativi, è una qualità che Massimiliano possiede”. Quale sorpresa coltiva con i suoi lavori?

Non quella del gesto scenografico o provocatorio, anche se mi piace fare scelte, diciamo, fuori contesto. Amo quel tipo di sorpresa che vuol dire più senso dell’inatteso che ‘effetto wow’. Ho iniziato a lavorare, negli Anni 90, per aziende che sperimentavano con la superficie, che come dicevo considero il tramite per arrivare all’anima delle cose. Ricordo uno dei miei primi lavori, per Tecno: spruzzare gli arredi di vernici riproducendo pattern metallici che generavano qualcosa di mai visto prima. Una tecnica all’epoca davvero innovativa, banalizzata negli anni a seguire. Ecco, sorprendere vuol dire per me lavorare sulla pelle delle cose: rendere morbido ciò che per natura è ostico e ostico ciò che invece è morbido. Come quando tingo il marmo di giallo fluo. Non è un gioco fine a se stesso: è una specie di cambio d’abito. Del resto, la moda ha sempre molto da insegnare al design.

Nel suo approccio non c’è soltanto la visione del singolo pezzo, ma quella d’insieme dell’interno

È la lezione che arriva dal Politecnico. In Italia, quando ero studente, non esisteva la figura dell’interior decorator e gli architetti erano formati per progettare lo spazio nella sua interezza.

I suoi arredi comunicano un senso di riscatto: è un’impressione o qualcosa che in effetti persegue?

Assolutamente, è così: affidarsi agli artigiani locali, sperimentare insieme a loro, vuol dire usare l’inatteso per ridare nobiltà e onore agli oggetti di tutti i giorni, ma anche alle stesse maestranze. È il senso di riportare in luce una bellezza che esiste già e va fatta riaffiorare.

Il suo è un lavoro di scouting. Ci racconta qualche storia sorprendente di artigianato di altissimo livello?

In Francia ho lavorato con una manifattura che produce piastrelle di terracotta in un castello del Trecento nella Nouvelle Aquitaine. I maestri artigiani appartengono a una famiglia che fa questo mestiere da secoli e recupera la polvere uscita dal forno per le stuccature e le fughe. In Vietnam, ho girato per settimane il paese da nord a sud in cerca delle maestranze che sapessero decorare la testata di un letto alla maniera di una duchesse di seta, con i motivi ispirati dal lago, il West Lake di Hanoi su cui la camera della committente si affaccia meravigliosamente. Sempre in Vietnam, abbiamo realizzato un paravento con fiori tridimensionali ispirati a un pizzo di Prada e fatto di tin, la lega di bronzo e argento usata per fabbricare le campane tibetane, un materiale magico per come risuona e per la patina che regala. Ci sono voluti quattro anni per finirlo, martellando la superficie con piccoli pezzi di argento, rame e ottone, come se fosse il ricamo di partenza. Sono storie che chi è estraneo a certi contesti potrà considerare ossessioni, ma che in realtà rivelano amore per il proprio lavoro, la storia e le tradizioni.

Fino a che punto si può arrivare, con questo amore?

Difficilmente mollo, specialmente se la sfida è complessa. Del resto ho avuto la fortuna di conoscere e imparare in Italia da un maestro come Pierluigi Ghianda. Quello che conta è entrare in sintonia con gli artigiani, sviluppare empatia. Del resto, possono portarti lontano: perché non provarci?

Ha mai pensato di scrivere un libro di viaggio?

Anche questo lo è, se lo vediamo sotto un’altra luce (sorride).

Quali caratteristiche deve avere un arredo, per Massimiliano Locatelli?

Vorrei che il design fosse democratico e accessibile a tutti. D’altra parte è un bene che le persone collezionino oggetti d’autore. Amo la formaggiera di Enzo Mari con la cerniera a secco di Danese e la Toio di Castiglioni, il maestro che durante l’esame al Politecnico mi interrogò sulla differenza tra la penna Bic e la Montblanc, ma penso anche che ciascuno di noi debba avere nel cuore oggetti che ‘rilassino la pancia’: per mia nonna era la piattaia di legno, per me la Toio. Sono quelle cose che sanno darti un senso di protezione, come degli altari domestici. Ecco, forse il prossimo libro che scriverò sarà sui comodini: quali migliori altari per raccontare chi siamo?