Tornata al centro dell’attenzione grazie al progetto Alcova, la bella villa razionalista è il testamento ineccepibile di Osvaldo Borsani. Tra i creativi che hanno illuminato il design e la progettazione italiana nella seconda metà del XX secolo
Durante l’ultima design week Villa Borsani è tornata al centro dell’attenzione del grande pubblico grazie al progetto Alcova, che è stato ospitato nell’elegante scenario di Varedo. Ma la bella villa razionalista, gioiello di perfezione stilistica nell’operosa Brianza, è il testamento ineccepibile di un grande pensatore del vivere contemporaneo, Osvaldo Borsani, il più riservato e schivo – benché ritenuto un architetto d’élite – tra i creativi che hanno illuminato il design e l’architettura italiana nella seconda metà del XX secolo. Un uomo che fu anche imprenditore del design, e che con le sue idee rivoluzionò il concetto stesso dell’abitare. Questa casa, circondata dal giardino, è stata progettata e realizzata da Borsani accanto alle fabbriche di famiglia, come era usanza fare ai tempi – le fabbriche sono il mobilificio ABV Arredamenti Borsani Varedo e la Tecno, fondata da Osvaldo e dal fratello Fulgenzio nel 1953. Il nipote di Osvaldo, Tommaso Fantoni, anche lui designer e architetto, ci racconta la figura del nonno attraverso i dettagli – mai improvvisati – di una villa italiana dalla forte personalità.
Cosa significa per te questa casa, quali sono i ricordi più indelebili?
Ricordo perfettamente il profumo delle sue sale, un percorso olfattivo indimenticabile, che si snoda per tutta la villa. Mi sono accorto con il tempo che l’odore di quella dimora mi si è impresso con chiarezza nella mente, tant’è che oggi, quando la visito, ritrovo quei profumi speciali, in vari ambienti. Non sono odori tutti uguali: in soggiorno dominano note di legno, in studio c’è il profumo della carta, mentre un candido sentore di pulito è quello che proviene ancora dalla vecchia lavanderia.
E da un punto di vista più visivo, quali sono i tuoi ricordi?
Direi che ricordo l’evoluzione del tempo, come una storia raccontata dagli oggetti: in studio c’era il mitico divano D70 disegnato nel 1954. La storia del divano “che si muove” è questa: un committente, con una casa al lago, chiede di poter guardare il lago e al contempo anche il camino, diametralmente opposto. E così mio nonno si inventa un divano che potevi reclinare, di qui e di là. “Il divano a farfalla”, un oggetto cult, che ha rivoluzionato l’idea del sofà come lo si era sempre inteso. Poi nel soggiorno c’erano i modelli D120, sofà disegnati da mia madre Valeria Borsani, prodotti da Tecno nel 1966. Al centro del salotto il tavolo T147, disegnato nel 1971 da mio padre Marco Fantoni. E poi ci sono le poltrone P110 Canada che mamma aveva disegnato con papà ai tempi dell’università, nel 1961, e che poi nonno ha rimaneggiato prima di mandarle di produzione. Questa compresenza mi rende chiara questa cosa: che in quella casa è rappresentato un passaggio di stili, peraltro in modo molto rapido, in un lasso di tempo di dieci, quindici anni.
Che lascito ti ha tramandato questa casa?
Mi sono accorto, crescendo, dell’imprinting fondamentale che mi ha dato Villa Borsani. Da ragazzino non avevo idea del mio futuro, non sapevo che avrei fatto il designer o l’architetto. Non ci pensavo, punto e basta. Poi ecco che mi ritrovo a seguire le orme dei miei familiari – Tommaso non è solo nipote di Osvaldo ma è anche figlio di architetti, Vittoria Borsani e Marco Fantoni, ndr – e mi accorgo di alcuni dettagli in certi lavori che ho fatto, che sono una riproduzione di alcuni accorgimenti che ho sempre visto in villa. Li ho inconsciamente introiettati.
Cosa, ancor oggi, ti stupisce del lavoro di tuo nonno?
La totalità: qui tutto è disegnato e tutto è qualitativamente perfetto. Una caratteristica del progetto che è anche un’intrinseca dote del personaggio, di come era lui. Anche io oggi, nel mio lavoro, cerco di avere un’idea totale, un disegno unico e dettagliato, garantendo una qualità eccelsa. Ma c’è un’altra cosa che mi colpiva molto di mio nonno, ed era la serietà della persona. Per spiegare questo lato del suo carattere cito mio padre che scrive, nell’introduzione al volume a lui dedicato: “Il suo lavoro era il fine della propria attività”, una frase che sottintende due sensi per la parola fine: il fine come obiettivo – che era chiaro e preciso – e il fine come conclusione – perfetta – dell’opera. E poi mio nonno era di una riservatezza sublime. L’idea che il suo lavoro fosse il punto di partenza per una mostra, un libro o una celebrazione non lo sfiorava affatto.
La tua stanza preferita?
L’androne al primo piano, perché c’è una luce rosa meravigliosa che entra dalla finestra di fronte ed è, a tutti gli effetti, uno spazio inutile. Questi ambienti prima si chiamavano proprio “passi perduti”: questo androne non serve a niente, non ha un uso specifico ma, per contrasto, rende più notevole la dimensione della generosità dello spazio. E poi ripeto, questa sala è inondata da una luce tenue, calda, meravigliosa.
In effetti Villa Borsani, nonostante le sue facciate siano di un razionalismo puro, ha un anche un aspetto molto gentile… possiamo parlare di un razionalismo caldo?
Si, e direi anche accogliente, perché di fatto ci si sente molto in armonia quando si è in villa. Merito di una palette di colori talcata, di un’armonia sobria, che regala una luce soffusa. Mio nonno amava molto il rosa, lo aveva scelto anche per la sede di Milano. Usava un particolare tipo di intonaco al quarzo, che conteneva delle particelle che riflettevano la luce: era quindi un colore vivo, che si fondeva perfettamente con il giardino. Poi c‘è da dire che quell’intonaco non è mai stato ritoccato: segno della sua qualità, come dicevo prima, del lavoro di quei tempi.