INTERVISTE
Odo Fioravanti

Una vera e propria mania di collezionismo, che caratterizza il suo studio-laboratorio dove crea e, come lui stesso dice, “pasticcia”. Pieno di libri, tanti libri. Perché per Odo Fioravanti circondarsi di cultura non è un bisogno secondario ma una necessità

È un po’ piegato su se stesso – forse per l’altezza, forse per la naturale modestia – Odo Fioravanti, mentre ci parla di quello che sa – e non sa – fare. È un designer-pensatore, scomodando la più celebre scultura di Rodin. Lo si capisce dal suo studio, in cui c’è tutto quello che serve per fare design ma anche per vivere una vita, dalla sua casa – dove ha una formidabile collezione di quelli che lui chiama “libri da cesso” – e, più di tutto, dal suo modo di relazionarsi con gli altri: umano, molto umano. E la domanda che si pone quando assume un nuovo collaboratore è “Ci uscirei a mangiare una pizza?”

Come descriveresti il tuo studio ai lettori?

Il mio studio ha la forma di una casa. In origine, era un piccolo bilocale in un edificio milanese degli Anni 30, appartenente all’industria tessile De Angeli-Frua. L’ho trovato quasi per caso e, dopo essere stato solo una casa, è diventato casa e studio e poi solo studio. Dentro c’è una cucina vera e propria, con un tavolo per mangiare insieme, un aspetto a cui tengo molto perché uno studio piccolo è anche un luogo dove le persone respirano la stessa aria. Quando cerco nuovi collaboratori mi chiedo sempre se siano persone con cui andrei in vacanza o uscirei a mangiare una pizza. Lo studio, poi, è pieno di oggetti fino all’inverosimile: molti derivano da una mania di collezionismo piuttosto ballerina che a volte si concentra su categorie specifiche – come i tupperware degli Anni 80, i prodotti Braun o gli shaker – e altre volte segue un approccio più casuale. Oggetti che sono una fonte d’ispirazione: li prendo, li maneggio e li uso come strumenti di lavoro. Sotto c’è anche un piccolo laboratorio, una specie di falegnameria dove realizziamo prototipi e modelli. Dove pasticciamo. E poi tanti libri. Mi piace leggere. Non tutti i designer sono pensatori. Io credo di essere uno di quelli che pensano anche intorno al progetto. Insomma, qui dentro c’è tutto quello che serve per fare design ma anche per vivere una vita. C’è anche posto per dormire, volendo.

Da qualche mese ti sei trasferito in una nuova casa. Come hai progettato il bagno?

Da appassionato di storia del design e dell’architettura, sono stato molto attratto dalla storia dell’immobile, una villetta degli Anni 20 che ho cercato di rispettare mantenendo la struttura esterna perfettamente intonsa. Gli interni, invece, seguono il mio stile asciutto e minimalista, con pavimenti in parquet e linoleum, molto semplici. Nei bagni non trovavo una quadra però, alla fine, sono risultati molto espressivi. Sono tanti, quattro: uno al pianterreno, due al primo piano e uno al secondo. Il più particolare, quello padronale, assomiglia un po’ a un altare, con piastrelle in ciliegia arancione quasi fluorescente e sfumature verdi salvia. I bagni dei miei figli sono un po’ più da copertina, ma funzionano bene. Il più divertente è quello al pianterreno: siccome è un bagno di risulta – piccolo, stretto e lungo con il water posizionato alla fine – io e la mia compagna ci siamo sbizzarriti con un’alternanza di elementi barocchetti. Ma ciò a cui tengo di più è una nicchia che ospita la mia serie di “libri da cesso”. Un esempio? Il dizionario della lingua italiana: si apre una pagina e si legge una parola, così come il libro delle figure retoriche o il prontuario di grammatica. Tra i miei preferiti, però, c’è l’Atlante tascabile delle isole remote, che racconta di isole difficilissime da raggiungere.

Quali prodotti di design avresti voluto mettere in casa e perché non li hai messi?

Un divano e un letto, ma costano troppo. Uno dei limiti del design è il prezzo. Detto ciò, in casa mia c’è indubbiamente molto design con pochi pezzi che ho disegnato io. Faccio fatica ad avere intorno le mie cose perché continuerei a guardarle, a cercare i difetti, sono troppo autocritico. E poi lo trovo un gesto da mitomani, non di buon gusto.

Il futuro per un designer è sempre il prossimo progetto. Il tuo qual è?

Sto esplorando l’integrazione dei corpi tecnici nell’architettura del bagno, puntando sulla loro sparizione. Nonostante il bagno abbia fatto molti progressi, c’è ancora molto da sistemare. È uno degli ambienti più eterogenei, come se fosse un’architettura fatta di mille componenti. Le altre stanze sono più risolte, il bagno è come se fosse sempre un esperimento. La sua progettazione offre un numero infinito di possibilità: dalla scelta dei vasi, dei rubinetti, delle piastrelle, dei colori e delle finiture fino agli specchi e alle lampade. Per i bagni di casa mia, ho fatto numerosi fotomontaggi per capire quale direzione prendere, perché per me è difficile immaginare uno spazio prima di vederlo realizzato. È una dote che non ho, per gli oggetti sì ma per gli spazi no, faccio fatica, è come immaginare una ricetta. Io posso pensare a mettere prima la pasta, poi il prezzemolo, ma già al terzo ingrediente diventa un sistema con troppe variabili, invece i cuochi riescono a percepire il sapore di un piatto ancora prima di averlo cucinato. La mia idea, quindi, è proseguire sulla strada della “sparizione”: pensiamo alla doccia, a come i profili diventano sempre più sottili, il vetro più trasparente, il piatto doccia la continuazione del pavimento. L’idea di nascondere i corpi tecnici all’interno del bagno è ancora indagabile. Si può fare tantissimo.

Veniamo allora al tuo… penultimo progetto, Shaker, che hai disegnato per Ardeco

Tutto nasce da una setta religiosa americana, gli Shaker, che rifiutavano la tecnologia e la modernità, vivendo in case spoglie e ordinate, prive di oggetti superflui. Quelli essenziali, fatti a mano, venivano riposti su profili in legno fissati al muro, lunghi attaccapanni su cui, dopo cena, venivano appese anche le sedie. È da questa idea che nasce il sistema da bagno che ho progettato con Enrico Cesana per Ardeco: due profili a T in metallo zincato, su cui si agganciano vari elementi, come lavabi, contenitori, specchi, illuminazione e accessori. Enrico voleva un sistema da bagno verticale, adatto anche agli spazi più ridotti, mentre i modelli esistenti tendono a essere più estesi in larghezza. Io mi sono ispirato ai profili a T delle ringhiere, e ho scelto la zincatura a caldo perché lascia una finitura irregolare, imprecisa, quasi macchiata. Ho evitato l’uso di colori, lasciando il legno e l’ottone nel loro stato naturale. Ogni elemento ha una materia diversa: il ferro per i supporti, l’ottone per i porta asciugamani, la pietra per il piano d’appoggio, e, sotto, un trancio di pelle che funge da contenitore destrutturato. Il risultato è un piccolo totem, costruito sull’impilaggio delle forme. Questo oggetto è stato esatto fin da subito, si intuisce da come collimano le parti.

Questo articolo è estratto da Around Water 9. Sfoglia il numero.