CASA ATELIER
La casa di Carol Rama

Abitata per più di settant’anni, la casa di Carol Rama a Torino è una sequenza di ambienti straordinari. È essa stessa opera d’arte per le vicende che racchiude, i personaggi che ha ospitato, le creazioni che ha visto nascere

Per chi non conosce a fondo l’opera di Carol Rama, il cui percorso artistico ha attraversato l’intero Novecento, vale la pena di inquadrare rapidamente la città dove è nata e vissuta. Non perché sia stata oggetto della sua pittura o perché l’abbia influenzata, piuttosto il suo personaggio di donna audace nei soggetti e sperimentale nelle tecniche trova una certa rispondenza in alcuni caratteri della città. Torino, dove “tutto è apparizione”, è stata di grande ispirazione per la pittura metafisica di Giorgio de Chirico e patria dell’Arte Povera, tra i più rilevanti movimenti del secolo scorso. È considerata esoterica perché parte del triangolo magico che l’accomuna a Praga e Lione e la sua storia è ricca di personaggi eccentrici, colti e stravaganti, compresi maghi e astrologi. Estranea a quelli che rischiano di essere luoghi comuni, Carol Rama liquidava la cosa affermando “penso che tutto questo sia messo su per dare un certo fascino a una città che richiama pochi turisti”.

Lo affermava in un’intervista del 1983, ma oggi tutto è cambiato. La città è meta molto frequentata e tra i motivi d’interesse, numerosi nel campo dell’arte, tra musei, fiere e fondazioni si trova la sua casa studio diventata essa stessa museo aperto alle visite (per piccoli gruppi, su prenotazione). Abitata per più di settant’anni, la casa è una sequenza di ambienti straordinari, un documento storico assai importante, essa stessa opera d’arte per le vicende che racchiude, i personaggi che ha ospitato, le opere che ha visto nascere in un esteso arco temporale. Qui si sono manifestate diverse stagioni produttive con le quali Carol Rama ha conquistato via via credibilità e riconoscimenti, seppure tardivi, fino alla consacrazione in patria e all’estero.

Non solo, qui l’artista ha dispiegato il suo talento compositivo e, nonostante amasse chiamarlo “il Magazzino”, visitarlo permette di godere delle sue raffinate mise en scène dove oggetti noti o curiosi, accumulati o rarefatti, sono disposti con sapiente regia. La sua arte è profondamente intrecciata alle sue vicende private. Nel 1918 Olga Carolina Rama, che diventerà in seguito semplicemente Carol Rama, nasce in una famiglia della media borghesia torinese che le offre, grazie alle attività imprenditoriali del padre, un’educazione agiata e una sicurezza nel mondo che la circonda. A soli otto anni, a causa dei guai finanziari e giudiziari del padre che arriverà a suicidarsi nel 1942 e della malattia della madre affetta da problemi psichici e conseguenti ricoveri, “smette – come lei stessa racconta – di essere felice”. Una serie di acquarelli datati 1936-1941 noti a pochissimi, scoperti nel 1979, quarant’anni dopo la loro creazione, definiscono con inequivocabile certezza la sua statura di artista.

Originale, trasgressiva, irregolare nell’ambiente in cui vive, Carol Rama sceglie soggetti domestici e inusuali: protesi dentarie, colletti di pelliccia, fanciulle in sedie a rotelle e letti di contenzione, busti, nudi scomposti dai colori vivaci. Il dolore diventa pittura e il suo sguardo personalissimo rielabora fantasie infantili, esperienze traumatiche e seleziona nel corredo familiare oggetti legati alla vita quotidiana, siano scopini, pennelli o forme di legno utilizzate dallo zio proprietario di un negozio di ortopedia.

Se la sua espressione artistica si fosse fermata lì e nella sua inarrestabile ricerca non avesse prodotto incisioni, oli che evocano Picasso – che incontrò all’inizio degli Anni 50 -, se non avesse abbracciato l’astrattismo e aderito all’informale, se non avesse utilizzato nei suoi quadri occhi di bambola e siringhe e usato con straordinaria potenza i copertoni delle biciclette come pelle che aderisce alla tela, se tutto questo non fosse avvenuto, quel piccolo nucleo di acquarelli sarebbe sufficiente a consacrarla artista di respiro internazionale.

“Dipingo per guarirmi” e ancora “il lavoro è l’unico modo per togliermi le paure”. Carol Rama ha corteggiato la diversità, il rifiuto, il trauma che hanno condizionato la sua esistenza e che sono stati linfa dei suoi lavori, fino a incoraggiare un parallelo con Louise Bourgeois, entrambe tragiche e ironiche allo stesso tempo. Ha coltivato la solitudine nonostante la sua vita sia stata ricca di incontri e la sua casa abbia accolto alcuni tra i più brillanti intellettuali, poeti, scrittori, critici, musicologi, architetti che per un certo periodo si ritrovavano qui il sabato sera. Ha conosciuto Andy Warhol che l’ha ritratta, ha instaurato un rapporto d’amicizia intensa con Man Ray, ha riscosso l’appoggio, e la stima, di Felice Casorati, grande pittore del Novecento.

Le pareti della sua casa torinese, al 15 di via Napione, sono un’antologia di questi incontri ai quali non sono mancati Pier Paolo Pasolini e Cesare Pavese. Dalla fine degli Anni 80 Carol Rama decide che le due stanze principali, il suo atelier e la sua camera, siano oscurate da grandi tende nere che, immutate, accolgono ancora oggi il visitatore. “Quanta luce nel nero” dichiara. Non solo questo colore le corrisponde, “è una specie di incenerimento, di agonia meravigliosa”, ma ciò che soprattutto desidera è che la sua visione non subisca interferenze e che la realtà esterna non entri a contagiare il suo lavoro. Risparmia la punta della Mole Antonelliana, simbolo di Torino, inquadrata in cucina in una piccola porzione di vetro della porta finestra.