Ai piedi delle Alpi Svizzere, John Cretton dà vita a un retreat dai toni intensi che fonde influenze agro-industriali ottocentesche e richiami all’architettura romana. Tra pezzi di design moderno
e colte citazioni di Dieter Rams
Quando John Cretton, al suo debutto come albergatore, scoprì un ex sito agro-industriale in un’antica cittadina ai piedi delle Alpi Svizzere, intravvide l’opportunità di creare quella che lui stesso definisce “un’opera architettonica miracolosa”. L’Hotel Borsari, infatti, si presenta come un rifugio intimo e ovattato incastonato nel centro di Martigny, un tempo colonia romana.
Qui, dodici anni fa, quando Cretton scoprì il sito dell’attuale hotel, si trovò immerso in un labirinto sotterraneo all’interno dell’ex cantina vinicola Les Caves Orsat. Intorno a lui, le “borsari”, vasche in cemento sviluppate nell’Ottocento per la conservazione del vino. Oggi, le 42 camere e 8 suite dell’hotel si ispirano proprio a quelle strutture pionieristiche. “Abbiamo preso l’idea delle vasche vinicole e l’abbiamo portata in superficie”, spiega Cretton. Realizzate in cemento grezzo e trattato, le stanze evocano “lo spirito di una vasca, ma con decisamente più comfort”.
I due edifici che compongono l’hotel, rivestiti in mattoni fatti a mano e intonaco a calce, racchiudono una corte in pietra, ideale per la ristorazione all’aperto. La passione di Cretton per la storia, alimentata dai suoi studi in latino e greco, si riflette con coerenza in ogni dettaglio. “Un matrimonio tra la sobrietà svizzera e l’eccentricità inglese, con un pizzico di ostinazione”. Così l’albergatore descrive gli interni, frutto della collaborazione con il designer Shaun Evans – insieme noti come Drip and Drip. “La gente ha paura del colore”, osserva Cretton. “Anche gli spazi più curati tendono spesso a rifugiarsi in una palette neutra”. Non è il caso dell’Hôtel Borsari. Qui dominano i toni intensi: rosso uva, verde bosco, nero basalto, marrone ruggine e blu lago alpino, evocativi degli elementi primordiali della regione.
Pareti e soffitti in cemento, infissi in larice, pavimenti in parquet di rovere e stuoie in fibra di cocco conferiscono un senso di matericità autentica. I dettagli volutamente grezzi, come le tubature a vista, evitano ogni effetto eccessivamente rifinito, mantenendo un equilibrio tra rigore e spontaneità. Gli arredi, per lo più vintage e provenienti da tutta Europa, riflettono un amore per la qualità non ostentata. Gli interni sono una dichiarazione di intenti contro la tecnologia invadente. Nessun schermo in vista. Non è un caso, infatti, che il nome di Dieter Rams ricorra spesso: “È stato il maestro del design analogico”, afferma Cretton. Accanto alle librerie Vitsoe, trovano posto letti svizzeri Elite, sedute della serie 620 firmate dallo stesso Rams, lampade Tolomeo di Artemide e luci di Davide Groppi, scelte con cura per la loro essenzialità formale.
Appassionato di musica e collezionista di impianti audio d’epoca, Cretton è particolarmente orgoglioso delle unità Braun Audio disegnate da Rams nel 1962, installate nelle camere su supporti originali recuperati in Germania. I bagni open space, separati dalla zona notte da tende in flanella di lana, rappresentano un’altra cifra stilistica della filosofia Drip and Drip. Ispirati all’infanzia negli Anni 70 di Cretton ed Evans, rinunciano al bianco sterile in favore di colori intensi e superfici materiche. Il risultato è un ambiente funzionale ma raffinato, con rubinetteria nera e piastrelle in terrazzo nero e crema.
Nel sottosuolo, le borsari originali sono state trasformate nei Bains Publics – terme ispirate all’antica Roma, realizzate in un cemento rosso che richiama il colore del vino. Distribuite su una superficie di 2.000 metri quadrati, le terme rappresentano un santuario della disintossicazione digitale. L’accesso è limitato a trenta persone per volta, con regole rigorose: niente wi-fi, niente telefoni, solo la pace silenziosa di una vera “cattedrale del benessere”.