L’intervento ricercatamente grezzo e imperfetto diretto da studio AMAA ridefinisce un bar veneto del XIX secolo. Pareti non finite e materiali non convenzionali creano l’illusione che si tratti di un cantiere in divenire
Ogni paese ha il suo bar di riferimento. Per Arzignano, in provincia di Vicenza, è sempre stato il Caffé Nazionale, storico locale nella piazza principale, sotto i portici del palazzo comunale e a pochi passi dalla stazione. Salotto buono del piccolo centro veneto, ha conosciuto anni d’oro e poi un declino lento e inesorabile, che lo ha portato alla chiusura nel 2023. Attraverso un bando pubblico e grazie al progetto di AMAA – Collaborative Office For Research And Development, il locale ha ora riaperto i battenti con un nuovo look che fa dell’imperfetto e degli accostamenti tra vecchio e nuovo i suoi principali punti di forza.
AMAA, studio di architettura fondato da Marcello Galiotto e Alessandra Rampazzo, ha scavato (letteralmente) sotto la superficie per trovare la vera essenza del luogo. Gli elementi originali ottocenteschi sono stati riportati alla luce: colonne con capitelli lavorati, pavimenti in mosaico, soffitti cassettonati sono stati liberati dalle superfetazioni di decenni. Ma il lavoro non è stato un restauro filologico, bensì la reinvenzione del luogo attraverso un nuovo equilibrio tra il suo glorioso passato e uno stile più contemporaneo, asciutto e ruvido.
Al Caffè Nazionale si accede da un portoncino diamantato in ferro brunito sotto il colonnato. Oltre la soglia, la sala bar è arredata con tavoli e panche in legno, disegnate da AMAA e ispirate alle panchine della metropolitana di New York, ma anche all’opera di Donald Judd. Lo spazio, ritmato dalle vetrine, è delimitato da una parete-sipario realizzata con fogli di lamiera industriale plissettata, che ricorda il panneggio delle tende teatrali ma con un dinamico effetto vedo-non vedo.
Oltre la “tenda” la sala si apre verso il cortile interno, un essenziale giardino di betulle su cui si affacciano anche le parti comuni dei servizi igienici, con lavabi posizionati davanti a una vetrata gigante. Elementi di cartongesso non finiti e volutamente esibiti rivelano la tecnica costruttiva del progetto e le sue componenti “più intime”, in una sorta di “processo di realizzazione congelato” come lo definiscono gli architetti.
Una scala minimal in metallo, che corre addossata a una parete dove i mattoni rossi sono stati esposti, conduce al piano superiore, riservato al ristorante. La stratificazione di elementi, stili, decori crea un’affascinante temporalità-fuori-dal-tempo, trasformando il più classico dei bar in un luogo di ritrovo sperimentale, aperto ogni giorno per offrire a tutti un rifugio in spazi antichi dalla ritrovata bellezza non mainstream.