Nel centro di Zurigo, lo studio di Alfredo Häberli è un laboratorio vivo, dinamico,
dove ogni oggetto, dettaglio o arredo è fonte potenziale di ispirazione. Un affresco
dell’approccio creativo del designer di origine argentina, abile nel fondere tradizione, innovazione, fantasia e spirito ludico
Ogni spazio creativo è un autoritratto. Lo è senz’altro lo studio di Alfredo Häberli, nel quartiere Seefeld di Zurigo: fronte lago, in un edificio con terrazza un tempo sede di un’azienda elettrica specializzata nel collaudo di lampade, lo spazio mantiene nella sua struttura funzionale, composta da laboratori attrezzati e ampie superfici di lavoro, l’impronta di un’attività progettuale continua, fondata su un mix armonioso di eleganza giocosa e funzionalità pragmatica. La sensazione è di trovarsi in un’officina di idee: lontano dall’estetica da set fotografico che contraddistingue spesso questo tipo di location, lo studio Alfredo Häberli Design Development appare come un organismo vivo, mutevole, poroso.
Nulla è messo in posa; ad animare gli interni è una costellazione di oggetti, libri, disegni, prototipi e modelli in costante movimento e aggiornamento, a seconda dei progetti in corso. Un luogo che sprigiona energia, privo di zone intoccabili, dove la pratica quotidiana del disegno si intreccia con un’attenzione scrupolosa verso la ricerca di materiali, le proporzioni, le storie contenute in oggetti e arredi. “Mi piace il caos, ma organizzato”: questa la filosofia del designer nato a Buenos Aires nel 1964 e trasferitosi in Svizzera nel 1977, per poi laurearsi in Design Industriale e arrivare a collaborare con marchi come Alias, Astep, Luceplan, Vitra. I suoi progetti coniugano tradizione e innovazione e sono influenzati dalla sua infanzia in Argentina.
“Il mio paese di origine, con il suo umorismo e la capacità di abbracciare le sfide in assenza di percorsi lineari, mi ha formato molto”, dichiara Häberli, che nei suoi archivi conserva i taccuini da disegno consumati negli anni, inclusi quelli di quando era studente. La sua materia prima sono le relazioni tra gli elementi, più che gli elementi stessi: ne sono testimonianza le pareti dello studio, wunderkammer domestiche dove si sovrappongono liberamente componenti industriali, manufatti anonimi, icone del design, frammenti tecnici, memorabilia.
La sedia Wire di Dan Svarth in acciaio inox e fibra di carbonio, la Floris di Günter Beltzig con la sua forma surrealista, un modello Anni 90 della Dr. Sonderbar di Philippe Starck, il lettore cd da parete Muji di Naoto Fukasawa e alcuni pezzi artigianali in legno forgiano un grande collage tridimensionale che, lungi dall’avere un valore meramente estetico, è fonte di ispirazione e sperimentazione. “Per me il vero design va oltre la funzione e la bellezza; si tratta di creare oggetti che hanno un’anima, che risuonano al di là della loro epoca e che incarnano un senso di qualità duratura”, scrive Häberli nella prefazione del libro From Scratch – Ferrari 330 GT, sul restauro della nota vettura prodotta da Ferrari negli Anni 60.
È una questione di responsabilità: “Per un designer l’atteggiamento autocritico è essenziale e nulla è più sciocco dell’autocompiacimento. Che si tratti di prodotti industriali, mobili o auto, progettare richiede la scelta di temi, di valori, e un atteggiamento e un agire coerenti, che superino l’arbitrarietà e le mode”. Ma nella sua attività al rigore si aggiungono leggerezza, fantasia e una curiosità quasi infantile: quello sguardo obliquo, non codificato, che caratterizza anche il suo luogo di lavoro, dove nemmeno la materioteca è sacralizzata a mo’ di museo, ma si presenta, semmai, come un deposito vissuto, dinamico, dove tutto racchiude un potenziale input progettuale. Mentre sulle scaffalature dialogano libri e oggetti, i pezzi firmati finiscono per mimetizzarsi e diventare strumenti slegati dai loro inventori.
Ciò che conta, per il designer svizzero-argentino, non è tanto la riconoscibilità, ma la voglia di esplorazione, l’intuizione, l’abilità di cogliere spunti da dettagli minimi e di sfuggire al vincolo dello stile, ripartendo da zero a ogni progetto e andando sempre nella direzione del rinnovamento e di un equilibrio tra precisione e poesia. Se è evidente che oggi si produce troppo, “fare qualcosa di unico richiede tempo e coraggio”, sostiene Häberli, che evitando di lasciarsi condizionare dai trend, ha pensato oggetti longevi e tutt’ora apprezzati come la poltrona Take a Line for a Walk (Moroso), le ciotole colorate a righe Origo (Iittala), il carrello-macchinina giocattolo Pick Up (Offecct).
Il suo studio riflette la sua visione: qui si lavora su tavoli di linoleum in team che possono riunire fino a dodici persone (come nel caso del progetto del 25hours Hotel Zurich West). Non manca un suo spazio, intimo e individuale, impreziosito dalla riedizione Zanotta della scrivania Cavour di Carlo Mollino, uno dei suoi maestri assieme a Castiglioni, Munari, Enzo Mari. Segni visivi e affettivi in un atelier concepito anch’esso per durare – pur cambiando – che non si limita a raccontare il padrone di casa, ma ne rappresenta il metodo di lavoro. E dove ogni particolare potrebbe, domani, suggerire una nuova creazione.
Questo articolo è estratto da The Book 28. Sfoglia il magazine