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Architettare, verbo

Il nuovo saggio di Reinier De Graaf viviseziona l’architettura degli ultimi decenni. Analizzandone vizi, virtù e trasformazioni

Nel 2017 il Festival di Cannes assegnava la Palma d’Oro a The Square, film dello svedese Ruben Östlund che sfruttava le armi della satira sociale per indagare il mondo dell’arte contemporanea, la sua crescente sudditanza al diktat della provocazione a tutti i costi e la conseguente moltiplicazione di installazioni, performance e campagne promozionali che, pur di attirare l’attenzione, finiscono per produrre risultati al limite del grottesco. Uscito all’inizio del 2024, il libro Architettare, verbo. La nuova lingua del costruire di Reinier De Graaf, Add edizioni, imbocca una strada simile: da un lato, è un saggio critico che viviseziona vizi e virtù dell’architettura per come si è trasformata e ha mutato il paesaggio urbano negli ultimi decenni. Dall’altro, è un volume che, con una buona dose di sarcasmo e strappando pure qualche risata, analizza il modo in cui la progettazione architettonica sia sempre più condizionata dalla recente proliferazione di premi di ogni genere, indici numerici e di misurazione, statistiche, classifiche e termini di per sé ambigui quali “sostenibile”, “vivibile”, “innovativo”, che in una società dominata dal mito della crescita infinita hanno il vantaggio di rendere tutto monetizzabile.

Per dirla con l’autore, “siamo passati dagli architetti che cercano di spiegare al mondo quel che stanno facendo, a un mondo in cui gli architetti si sentono dire cosa dovrebbero fare”, così che “mentre prima l’architettura era una disciplina di idee – che aiutava a formulare degli standard – oggi ci si aspetta che si conformi a standard imposti da altri: una professione sotto assedio”. Parole forti, ma è innegabile che nell’era di Internet e dei social tale approccio basato inevitabilmente su semplificazioni e approssimazioni che pretendono di forgiare un sistema etico forte e preciso – ma che in realtà non fanno che aumentare il grado di omologazione e conformismo del mestiere dell’architetto – sia sempre più diffuso e pervasivo. E questo perché gli stessi architetti si sentono (loro malgrado?) costretti, o quantomeno spinti, ad adattare la propria attività a modelli virtuosi forgiati sul presupposto che tutto si possa quantificare, vettorializzare o ancora, laddove cifre e calcoli non siano sufficienti, etichettare, categorizzare, e sull’idea che il valore di un edificio risieda, tutto sommato, nell’aderenza alla cornice di dati così ottenuta.

Ma andando in questa direzione, siamo sicuri che l’architettura non finisca per rinunciare alla propria stessa essenza e deontologia? L’olandese De Graaf, partner di OMA a Rotterdam, insinua questo dubbio da una posizione di insider, nel quadro di una disamina che prendendo le mosse dal boom delle cosiddette archistar e dalla mania per l’aggettivo “iconico”, giunge a problematizzare e a mettere sotto esame i trend che da tempo stanno togliendo indipendenza a una disciplina che, pur essendo per sua natura legata al mondo delle istituzioni e a finanziamenti pubblici e privati, sta rischiando di passare dall’autorevolezza al ridicolo. Termine forse esagerato, ma in linea con un libro come Architettare, verbo, la cui ambizione è di stimolare una riflessione rispetto a un modus operandi incentrato su un’architettura ossessionata dall’ottenimento di riconoscimenti e award istituiti più per esigenze di marketing che altro, dalla conquista di record che lasciano il tempo che trovano (il grattacielo più alto, quello più inclinato…), guidata da espressioni vacue come placemaking e da principi ecologici, d’inclusione, di benessere e di eccellenza del tutto fumosi e perlopiù stabiliti da realtà esterne all’ambito architettonico, tanto belli da proclamare sulla carta, quanto irrealistici.

Ciò che si intende far notare è che questa impostazione potrebbe man mano ridurre la disciplina a mera tecnica e farle perdere rilevanza, sottomettendola a una serie di studi statistici e parametri quantitativi, piuttosto che all’obiettivo di dare vita a spazi autenticamente significativi. Naturalmente le eccezioni non mancano, ma Architettare, verbo è una lettura che può risultare utile per avviare e accendere un dibattito che, accantonando gli slogan facili e abbracciando la complessità, possa riscattare il ruolo dell’architetto nel plasmare le nostre metropoli, i nostri agglomerati urbani, le nostre case e, dunque, il nostro futuro.

Le immagini in questo articolo fanno parte del progetto fotografico Milan Rises di Matteo Cirenei che ha l’intento di mettere a confronto diversi edifici milanesi a torre nel corso di un secolo.