Nata da una miscela di ispirazioni mistiche e vernacolari, Casa Ortega è la massima – ma anche la meno nota – espressione dell’architettura di Luis Barragán. A cingerla un giardino selvatico e brulicante su cui aleggia un’atmosfera metafisica
Qualcuno l’ha definita una prova generale. Altri hanno accostato le sue architetture ai quadri di De Chirico per le atmosfere metafisiche che la permeano. Altri ancora hanno rimarcato l’aura mistica e la maestria poetica che ne governano il giardino tropicale. Ma la definizione forse più conosciuta di Casa Ortega è “il segreto meglio custodito di Luis Barragán”.
Situata nel quartiere di Tacubaya, a Città del Messico, è stata la prima (ma meno conosciuta) dimora progettata e abitata da Luis Barragán, una delle figure più influenti dell’architettura latinoamericana del XX secolo. Primo messicano a vincere il Pritzker Prize nel 1980, Barragán ha creato architetture intrise di un profondo misticismo, e giardini di uno splendore disarmante. Slegatosi ben presto dalle logiche moderniste e razionaliste europee che l’avevano influenzato nella prima fase della carriera, aderisce all’architettura vernacolare messicana, ispirandosi ai ricordi delle haciendas della sua infanzia e sperimentando un approccio alla progettazione più emotivo, quasi surreale.
Casa Ortega riflette questa svolta. Silenziosa e decadente, eppure dotata di un’enigmatica eloquenza. Un’architettura emotiva e uno straordinario laboratorio creativo in cui si riconoscono gesti e sperimentazioni che ne plasmeranno le future opere e la visione dell’architettura. Spazio residenziale ispirato alle corti e ai giardini dell’Alhambra e del Palacio de Generalife di Granada, Casa Ortega è una labirintica sequenza di scorci e prospettive, che evoca emozioni dettate dall’intersecarsi di volumi, colori e microclimi creati dalla brulicante vegetazione che la avvolge e circonda.
Una dimensione sospesa, dove il confine fra interno ed esterno si smaterializza attraverso grandi aperture, mentre logge coperte proteggono i punti di connessione invitando all’esplorazione. Completata nel 1942, Casa Ortega – dove Barragán vivrà fino al 1947 per poi trasferirsi nella casa accanto – è un punto chiave nel percorso concettuale dell’architetto messicano, e con la sua ricchezza spaziale e prospettica, mai così coerente e rigorosa, ne riflette fedelmente la poetica come forse nessun’altra delle sue opere.
Dall’esterno l’edificio appare sobrio e austero, un involucro essenziale che protegge l’intimo e misterioso carattere celato nei suoi confini. Le iconiche pareti rosa dell’ingresso sono il preludio alla ricchezza – a tratti stordente – dei suoi interni, che si aprono lungo il corridoio principale in pietra lavica nera. L’organico impianto distributivo dei suoi spazi dialoga con le grandi aperture della zona giorno, decorata da tessuti colorati, oggetti d’arte e arredi originali concepiti da pionieri del design come Clara Porset, Michael Van Beuren, George Nelson e dallo stesso Barragán.
Il magistrale equilibrio del linguaggio compositivo di Casa Ortega trova uno dei suoi apici nella capacità di Barragàn di utilizzare gli elementi vernacolari dell’architettura coloniale con discrezione e senza mai cadere nello stereotipo citazionista. Il suo stesso elemento più iconico, il magnifico giardino interno, si cela con pudore alla vista per poi svelare lentamente la sua bellezza. Opulenti e quasi selvaggi, i suoi spazi punteggiati da sculture in pietra e fontane creano un’evocativa alternanza di atmosfere. Proprio l’acqua, sempre presente nell’architettura di Barragàn, è l’ideale contrappunto dei paramenti esterni, declinati in un rosa tenue che è quasi un omaggio al bagliore soffuso del sole al tramonto.
Uno spazio che esprime non solo la visione dell’architettura ma anche quella della stessa esistenza di Barragàn. Come lui stesso scriverà anni più tardi, “Bellezza, magia, incanto. Serenità, silenzio, intimità, stupore sono tutti elementi annidati nella mia anima e, sebbene io sia pienamente consapevole di non aver reso loro completa giustizia nel mio lavoro, non hanno mai cessato di essere le mie linee guida”.
Oggi, come sotto l’effetto di un incantesimo, Casa Ortega è avvolta da una coltre di solenne fatiscenza, accentuata dai muri scrostati e mai restaurati, con tonalità di rosa, un tempo vivaci e brillanti, ora scialbe e slavate. Il segno inesorabile del trascorrere del tempo si scontra con placidi e immobili specchi d’acqua, simboli di un’atarassia che Barragán si promise di ricreare in questo luogo ovattato e distaccato dal mondo. Tutto è pervaso dalla stessa commovente avvenenza che gli infuse il suo artefice quando diede vita a un luogo introspettivo, che condensa tutti i tratti del paesaggio messicano mentre giace assorto nel segno di un’eterna penombra.