Design, cementine e fregi classici fanno da quinta a opere optical e ceramiche ispirate al Giappone. La parola chiave è contaminazione. Stili diversi che si sovrappongono, raccontando la storia di Andrea de Haas
Volumi netti e precisi in contrapposizione a linee morbide e sinuose, sono la sintesi dell’anima di Andrea de Haas. Tedesca di origine, figlia di artisti, Andrea si trasferisce a Milano alla fine degli Anni 90 dove lavora come grafica prima e art director poi. Attraverso il progetto del suo appartamento trasmette la conoscenza, ma soprattutto l’amore, per le forme d’arte che hanno caratterizzato la sua formazione: grafica, moda e design.
Una casa milanese degli Anni 30. Un lungo corridoio su cui si affacciano le vecchie porte in legno e vetro. La zona living connessa alla sala da pranzo da un grande portale. I soffitti alti, i serramenti originali. Il parquet che scricchiola, un suono che suscita ricordi, ormai raro da trovare. Andrea sceglie di conservare le caratteristiche della casa, gli archetipi dell’interior milanese.
Vuole conservare il fascino antico, originale, aggiungendo layer decisi, ma gentili, che si sovrappongano all’esistente con grande rispetto per quelle mura che hanno una storia di quasi un secolo. Una casa vera e vissuta, dove gli oggetti e le opere d’arte raccontano una vita, dove ogni pezzo racchiude un ricordo. “Questa è un’opera di mia mamma, un dipinto a olio. Anche le ceramiche in sala sono sue. Amo il contrasto tra i suoi gesti gentili e i tratti più rigidi e precisi delle opere grafiche di mio padre. Io sono questo, l’unione tra questi due mondi” così Andrea inizia a raccontare un po’ della sua storia, davanti a una bellissima opera di Barbara Boidol appesa a conclusione del lungo corridoio.
“La passione per il design mi ha dato la spinta per scegliere di realizzare da sola il progetto di casa mia. La mia intenzione era quella di far emergere la mia personalità attraverso le scelte stilistiche. La mia casa è lo specchio della mia anima. Proprio per questo il progetto non è mai finito, è sempre in divenire, aggiungo e tolgo piccole cose”.
L’arredamento è realizzato con pezzi iconici, il tavolo di Le Corbusier nella sala da pranzo, le Wishbone chairs a completarlo. Una serie di quadri e ceramiche fanno da quinta. Opere di Klaus Staudt – padre di Andrea – Barbara Boidol e Getulio Alviani, artista contemporaneo che faceva parte dello stesso movimento artistico del padre. La zona living con pezzi di Cassina, sempre di Le Corbusier, personalizzati con un grosso cuscino in tessuto vintage Marimekko fatto realizzare da Andrea. Pezzi handmade, altri trovati nei mercatini, rendono lo spazio ricercato e per nulla scontato.
Nel living impera una libreria a muro, ricca di libri con cover grafiche che ritmano gli scaffali. La camera da letto ha una vista insolita, un gruppo di palme che, incorniciate dalla finestra, sembrano un quadro. Le grafiche appese, nette, con colori primari, convivono con le linee morbide delle cementine originali del pavimento, conferendo un carattere deciso allo spazio.
Cucina e bagno sono gli unici ambienti in cui non è stato possibile recuperare i pavimenti originali, per questo sono stati scelti rivestimenti neutri, di un’epoca più moderna. Proprio come si fa negli interventi di conservazione, dove le lacune non vengono colmate con ricostruzioni, ma con spazi bianchi, per rendere riconoscibile l’integrazione e differenziarla dall’originale. In questi ambienti, bianco e nero sono i colori dominanti, e l’impronta nordica è evidente. La casa svela la personalità poliedrica di Andrea e ne mostra tutte le sfaccettature. Rivelando la sua essenza.