Dove si racconta perché “fare una casa” sarà sempre più simile a vestire una persona e sempre meno al concetto modernista di scatola universale
L’altro giorno ho avuto per caso la conferma che covavo da tempo. Guardavo un gruppo di progettisti, coinvolti in un workshop nell’interior design center Abiztai Project di Roma, muoversi tra campionari, materiali, stoffe, frammenti di ceramica e legno, rubinetti e lampade, e la sensazione era chiara: l’interior design oggi è più vicino al fashion che all’architettura. Non è una provocazione da talk, è una constatazione operativa.
Se esistesse una lancetta ideale tra architettura e moda, l’interior si fermerebbe senza esitazione verso la seconda. Perché l’architettura, quella che ancora domina l’immaginario disciplinare, continua a portarsi dietro il retaggio del modernismo: la scatola, la griglia, la forma che precede l’uso. Un impianto teorico fortissimo, ma figlio di un’epoca che aveva bisogno di universalità, di standard, di ripetizione.
L’interior design non si limita più a distribuire funzioni. Il suo obiettivo oggi è costruire identità
L’interior, al contrario, lavora sulla variazione. Sulla differenza. Sull’adattamento. La moda non costruisce il corpo: lo interpreta. Lo amplifica, lo corregge, lo racconta. Ogni collezione è una presa di posizione, ma anche un ascolto. È dialogo tra chi crea e chi indossa. L’interior design sta facendo la stessa cosa con lo spazio domestico. Non si limita a distribuire funzioni: costruisce identità. Non impone un linguaggio: lo calibra. In quelle stanze dello showroom si respirava questa tensione.
Moodboard che sembravano tavole di tendenza, palette cromatiche pensate come gamme stagionali, materiali selezionati con la stessa attenzione con cui si sceglie un tessuto di alta sartoria. Non c’era l’ossessione per la pianta perfetta, ma la ricerca di coerenza narrativa. Non la neutralità come valore, ma la precisione come obiettivo. Il modernismo ha insegnato a togliere. Ha insegnato la disciplina, il rigore, la misura. Ma ha anche sedimentato l’idea che la forma “giusta” potesse essere valida per tutti. La scatola bianca come soluzione universale. Il minimalismo come moralità.
L’architettura che domina l’immaginario disciplinare continua a portarsi dietro il retaggio del modernismo. La scatola, la griglia, la forma che precede l’uso
Oggi quella pretesa universale vacilla. Non perché sia stata smentita tecnicamente, ma perché culturalmente non basta più. L’interior design contemporaneo parte da un presupposto diverso: la casa non è un manifesto, è un dispositivo personale. Non è un esercizio di coerenza formale, è un sistema di scelte che deve aderire a una biografia. È un campo di possibilità.
Ed è qui che il digitale e l’intelligenza artificiale daranno la scossa definitiva. Strumenti parametrici, simulazioni immersive, algoritmi capaci di leggere preferenze, abitudini, ritmi di vita: tutto questo non banalizzerà il progetto, lo renderà più affilato. Se sempre più persone potranno intervenire in modo consapevole, costruendo ambienti realmente “su misura”, il paradigma della scatola standard perderà centralità.
Il modernismo ha insegnato a togliere. Ha insegnato la disciplina, il rigore, la misura. Ma ha anche sedimentato l’idea che la forma “giusta” potesse essere valida per tutti
Sarà una trasformazione silenziosa ma irreversibile. Quando la personalizzazione diventa accessibile, l’idea di spazio neutro come soluzione per tutti appare per quello che è: una semplificazione storica. Utile, in un certo momento. Non eterna. In questo scenario l’interior design smette di essere ancella dell’architettura e si rivela per ciò che è: una disciplina ibrida, contaminata, permeabile.
Dialoga con il fashion, con l’arte, con la tecnologia. Si muove per collezioni, per aggiornamenti, per cicli brevi. Accetta il cambiamento come condizione strutturale. E forse è proprio questo che l’architettura fatica ancora ad accettare: che la permanenza non è più il valore supremo. Che l’abitare è dinamico. Che l’identità si costruisce anche attraverso trasformazioni successive, non solo attraverso un gesto fondativo.
Per l’interior design contemporaneo la casa non è un manifesto, è un dispositivo personale. È un sistema di scelte che deve aderire a una biografia, un campo di possibilità
Guardando quei progettisti al lavoro ho avuto la certezza che il punto non è scegliere tra architettura e moda. Il punto è riconoscere che il centro di gravità si è spostato. Che il progetto dello spazio interno oggi è un atto culturale più vicino alla sartoria che alla prefabbricazione.
Quando milioni di persone potranno davvero configurare la propria casa come configurano un guardaroba, il modernismo avrà esaurito la sua funzione storica. Non sarà demolito: sarà superato. E l’interior design, finalmente, non dovrà più chiedere legittimazione a nessuno.
Questo articolo è estratto da The Book 31. Sfoglia il magazine