Velvet Studio trasforma il Cooker Loft di Aurora Cavallo in uno spazio ibrido tra casa, cucina professionale e palcoscenico. Con colori decisi e dettagli fuori scala che definiscono un interno pensato per essere abitato e raccontato
A Torino, nel Barriera Design District, una casa diventa un luogo di lavoro, una cucina professionale, uno spazio in cui vivere e anche un set. È il Cooker Loft progettato da Velvet Studio per la food creator Aurora Cavallo, conosciuta sui social come Cooker Girl. Un interno nel quale abitare e produrre contenuti non sono attività separate, ma condizioni che finiscono per sovrapporsi.
Il progetto occupa un grande spazio dal carattere industriale, di cui conserva la matericità e l’atmosfera. Cemento, ferro nero e superfici costituiscono una sorta di fondale neutro e ruvido. Su questo involucro Velvet Studio inserisce un insieme di colori, forme e oggetti che costruiscono un ambiente di forte personalità.
Il colore più evidente è il rosso. È quello del grembiule con cui Aurora Cavallo è diventata riconoscibile al pubblico, qui trasformato in un elemento dell’architettura. Una tonalità sviluppata appositamente, il “Rosso Aurora”, attraversa gli ambienti e contribuisce a definirne l’identità.
Ma è soprattutto la cucina a determinare la natura dello spazio. Non semplicemente il luogo nel quale preparare il cibo, ma il centro del lavoro di Aurora, il punto dove vengono creati foto, video e contenuti digitali. Per questo viene pensata anche come un dispositivo scenografico, capace di offrire punti di vista e inquadrature differenti.
La grande isola organizza lo spazio e diventa il fulcro attorno al quale si svolgono le attività. Il bancone, dalle forme importanti, accentua questa dimensione quasi teatrale. Attorno compaiono strutture metalliche, superfici ceramiche smaltate e oggetti che trasformano i riferimenti alla cucina quotidiana in elementi capaci di catturare lo sguardo.
È una logica che si ritrova anche nei dettagli. Le grandi forchette tridimensionali citano Bruno Munari; la “Madia carboidrati” introduce una nota ironica; alcuni tessili riprendono graficamente i sacchi di farina e caffè. Sono oggetti volutamente fuori scala, o comunque sottratti alla loro funzione abituale, che acquistano un ruolo quasi da protagonisti.
Il riferimento alla cucina italiana emerge anche nelle ceramiche, utilizzate attraverso superfici smaltate che evocano un immaginario familiare. È un richiamo alla memoria delle cucine tradizionali, ma reinterpretato attraverso un linguaggio pop e contemporaneo. La materia industriale dell’involucro e quella domestica delle superfici entrano così in dialogo senza perdere le proprie differenze.
Gli ambienti sono pensati per essere vissuti, ma anche fotografati e filmati. La luce contribuisce quindi a definire le scene, enfatizzare alcuni elementi e costruire una successione di punti di vista. Non serve soltanto a illuminare gli spazi, ma partecipa alla loro dimensione scenografica, come in un palcoscenico o in un set cinematografico.
La scenografia, però, non si sovrappone alla casa. È piuttosto incorporata nel suo funzionamento quotidiano. Il Cooker Loft deve poter accogliere una cena, una giornata di lavoro o un incontro, ma anche trasformarsi rapidamente nello sfondo di un contenuto.
Questa sovrapposizione delle funzioni è forse l’aspetto più interessante del progetto. La casa non cerca di nascondere il fatto di essere anche un luogo destinato alla produzione di immagini. Al contrario, lo rende evidente attraverso il colore, gli oggetti, le proporzioni e la luce. Il risultato è uno spazio sospeso tra casa, laboratorio e palcoscenico. Non un set trasformato in abitazione, ma una casa nella quale il set è diventato parte dell’abitare.