A New York, David Thulstrup firma un interno che dissolve l’archetipo dello showroom. Un ambiente continuo dove il legno diventa dispositivo spaziale e percettivo
Se da un lato lo spazio commerciale tende sempre più a configurarsi come esperienza, dall’altro il rischio è quello di una sua teatralizzazione, della ricerca del colpo di scena a tutti i costi. Nello showroom Dinesen progettato a Brooklyn, David Thulstrup sceglie una strada diversa, costruendo un interno simile a una casa, che lavora sul tempo lungo dell’attraversamento e della permanenza.
L’intervento si innesta in un edificio residenziale progettato da SO–IL nel quartiere di Fort Greene, e sposta il tema dello showroom verso una condizione più ambigua, prossima all’abitare. Il progetto – concepito come spazio ibrido tra abitazione, showroom e luogo di incontro – si sviluppa su due livelli, e costruisce una continuità spaziale che evita gerarchie evidenti.
Dall’ingresso si articola una sequenza di ambienti che mantengono una tensione costante tra apertura e densità. Il suo culmine è una scala a mezzo giro, che connette i piani e al tempo stesso funge da dispositivo di amplificazione spaziale. Non un semplice elemento distributivo, quindi, ma il punto in cui il progetto si addensa e la matericità dell’architettura si manifesta con maggiore evidenza.
Il progetto d’interni assume come riferimento la tradizione modernista danese, assorbendo principi come continuità, precisione costruttiva, controllo della luce. In questo senso, la presenza di arredi di Arne Jacobsen e Severin Hansen introduce citazioni esplicite, che si affiancano alla collezione disegnata dallo stesso Thulstrup e ai pezzi sviluppati da John Pawson per Dinesen.
Il nodo del progetto è nel trattamento del legno. Le soluzioni Dinesen – in particolare il Layers Oak Classic e l’HeartOak – non si limitano a rivestire le superfici, ma stabiliscono una sintassi che attraversa l’intero spazio. Pavimenti, pareti, porte e arredi integrati condividono lo stesso ordine, definito dalla larghezza costante delle tavole e da una posa che privilegia la continuità.
Le variazioni sono minime e puntuali, rivelate da particolari come le fessure naturali dell’HeartOak, i giunti a farfalla, le differenze di tono. Il dettaglio costruttivo diventa qui una grammatica espressiva, fatta di allineamenti rigorosi tra elementi orizzontali e verticali e continuità delle superfici. Ne risulta un ambiente in cui le parti si distinguono per intensità.
Questa costruzione materica produce un effetto preciso sugli interni. Lo spazio appare compatto, quasi ricavato da un volume unico, con arredi che mutuano dall’architettura proporzioni, tonalità e finiture. Anche il colore lavora per sottrazione, utilizzando tonalità neutre per modulare la luce.
Nel suo insieme, l’intervento propone un caso esemplare di trasformazione dello spazio espositivo. Lo showroom, inteso come ambito di rappresentazione, viene sostituito da una forma ibrida che combina dimensione domestica e comunicativa. Uno spazio che, nelle parole del progettista “non espone ma dispone”, e attaverso questa disposizione ridefinisce il rapporto tra architettura, materiale e utilizzo.