OFFICE
Family office

Coffeyhallett trasforma un interno Art Déco in un office che stravolge i codici del workplace. Un processo di sottrazione che costruisce uno spazio governato da luce, colore e materia

Un ufficio che rifiuta l’immagine dell’ufficio. È questo il punto di partenza – e allo stesso tempo di arrivo – del family office progettato da Coffeyhallett a Sydney. Non open space, non spazio rappresentativo, ma un interno pensato per ospitare più dimensioni di vita e lavoro. Un perimetro concettuale netto, per un intervento ambientato all’interno di un edificio Art Déco degli Anni 40 nel Central Business District della città australiana, originariamente firmato dall’architetto Bruce Dellit.

Il progetto nasce da una condizione funzionale ordinaria – una tenancy commerciale – e ne assume il limite come punto di avvio. La rimozione è il primo atto: svuotare, ridurre lo spazio a contenitore da ripensare, sospendere ogni preesistenza non necessaria. Una pratica di azzeramento che consente di riscrivere gli ambienti per gradi, attraverso una costruzione stratificata in cui distribuzione, luce e materia agiscono in modo coordinato.

L’impianto complessivo non cerca gerarchie rigide, ma preferisce introdurre mutamenti graduali. Zone più raccolte, dedicate al lavoro individuale, si alternano ad ambiti aperti, dove lo spazio si apre alle relazioni. Le partizioni in vetro cannettato regolano le transizioni con precisione, filtrando lo sguardo senza interrompere la continuità. È una soglia mobile, più atmosferica che funzionale, che evita tanto la trasparenza totale quanto la chiusura.

In filigrana si riconosce una linea ricorrente nella cultura del workplace contemporaneo, quella che avvicina ufficio e spazio domestico. Qui tuttavia il dispositivo è ben modulato: non la simulazione di una casa, ma un lavoro più sottile sul carattere di ogni ambiente.

In questo approccio, la materia non è semplice repertorio estetico ma struttura. Il progetto si fonda su una palette controllata, fatta di legni scuri, cromature, tessuti dalle tonalità calde e intensi accenti di colore. Il legno radica e compatta, assorbendo la luce e stabilizzando lo spazio; le superfici riflettenti introducono piccoli scarti che mantengono dinamica la percezione degli interni. Infine il colore agisce come elemento di intensificazione puntuale: addensa alcuni ambienti, ne modula altri, suggerisce modalità d’uso diverse senza ricorrere a segnali espliciti.

In questo quadro, il recupero del pavimento esistente – levigato e ricolorato – assume un ruolo decisivo. Non è solo una scelta economica o sostenibile, ma un modo per costruire continuità, una base unificante su cui gli altri elementi si dispongono.

Gli interni accostano arredi contemporanei e pezzi vintage, in una composizione che evita tanto l’effetto galleria quanto quello del comune ambiente domestico. Una scelta che distribuisce oggetti e creazioni come punti focali all’interno di uno sfondo omogeneo.

Le tensioni che attraversano l’intervento restano attive senza risolversi in un’immagine definitiva. Ufficio e domesticità, rappresentazione e introspezione, apertura e riservatezza, sono dualismi che non vengono risolti ma tenuti in equilibrio.