Nel suo libro Fitopolis, Stefano Mancuso ci sprona a ripensare le città come organismi viventi che imitano le strategie adattive dell’universo vegetale. Perché quelle legate al modello antropocentrico non sono più efficaci
L’umanità si trova a un bivio esistenziale: l’avvento dell’antropocene, che si fa risalire alla rivoluzione industriale, ha generato, per le sue modalità di sviluppo, conseguenze devastanti che stanno mettendo in discussione l’abitabilità del pianeta, imponendoci di ridefinire il nostro stile di vita. Uscito nel 2023 per Editori Laterza, “Fitopolis, la città vivente” di Stefano Mancuso è tra i saggi che si inseriscono con maggiore incisività in questo dibattito epocale, proponendo una visione radicale e sorprendentemente semplice: dobbiamo ridisegnare le nostre città, per restituire a piante e alberi lo spazio loro dovuto e da cui dipendiamo. Ma è finito il tempo degli interventi estemporanei: serve smantellare il paradigma antropocentrico, frutto di una hybris ormai inaccettabile, che fonda la nostra relazione con la natura e la nostra concezione di spazio urbano.
L’autore ci aiuta in questa operazione attraverso un’analisi storico-culturale. Prima del 1600 solo il 5% della popolazione mondiale viveva in agglomerati urbani più o meno grandi; oggi quella quota è al 55% e nel 2070 arriverà al 70%: cifra spaventosa, se si pensa che le città coprono solo il 2,7% delle terre emerse, Antartide escluso. Più che augurarsi un’inversione di rotta – sebbene con la pandemia molti abbiano deciso di trasferirsi in paesini e borghi nel verde, la politica resta focalizzata sul contesto urbano e questo è accettato dal divulgatore siciliano come dato inesorabile – Mancuso mostra come si sia giunti sin qui assumendo l’uomo quale misura di tutte le cose. E come tale concezione, introiettata nell’inconscio collettivo, si sia riflessa nella struttura delle nostre metropoli: “sempre un centro/testa, intorno al quale ruotano delle aree specializzate/organi da cui dipende la sopravvivenza della città”.
Ma c’è un altro lato della questione. Se per migliaia di generazioni l’umanità ha vissuto in ambienti naturali come le foreste, sviluppando capacità di adattamento in una vasta gamma di ecosistemi, la concentrazione nelle città degli ultimi decenni ci ha resi una specie specializzata: una rivoluzione paragonabile alla transizione da cacciatori-raccoglitori ad agricoltori di 12mila anni fa. Il problema è che l’urbanizzazione ha imposto pressioni sull’ambiente e sulla biodiversità talmente gravi da risultare insormontabili per le città come le abbiamo forgiate, cioè guardando al mondo animale e secondo gerarchie centralizzate e rigide. In sostanza, abbiamo costruito ecosistemi unici e imparato a incrementarne l’efficienza, e a diventare noi stessi, come specie, sempre più performanti, ma ora “nuovi” fattori esigono nuove soluzioni. Temperature in aumento, impermeabilità dei suoli, inquinamento, vegetazione scarsa, densità demografica: come reagire, considerando che l’architettura in primis – si pensi alle teorie di Vitruvio o al Modulor di Le Corbusier – ha sin dalla sua origine utilizzato il corpo umano come criterio per progettare spazi?
Nel suo saggio Mancuso ci invita a ripensare la città come un organismo vivente attraverso un rovesciamento epistemologico che riconosca le piante non solo in quanto ornamenti e risorse ambientali, ma come modelli organizzativi. Statiche e prive di organi centrali vitali quali cuore e cervello, le piante hanno maturato strategie di adattamento in situ e una struttura distribuita che le rende straordinariamente resilienti. È a questa che le città dovrebbero ispirarsi, adottando una struttura decentrata e modulare che preveda una vegetazione onnipresente: parchi, giardini, aree di crescita spontanea della flora, “vie degli alberi” chiuse al traffico sparse, superfici de-impermeabilizzate, oltre al potenziamento dei trasporti pubblici e a una gestione circolare delle risorse basata sul riciclo e la riduzione degli sprechi.
Rifacendosi a studiosi come Patrick Geddes e José Luis Sert, fautori di un’urbanistica biologica già a inizio Novecento, il direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale dell’Università di Firenze contrappone, così, al mito della città ideale, radicato nell’antropocentrismo rinascimentale, una visione olistica dell’urbe. Il suo saggio non problematizza pienamente le sfide politico-economiche e sociali che ostacolano una tale ripianificazione urbana, ma la denuncia del modello urbano lineare che consuma risorse alla velocità con cui cresce è chiara: se non abbandoniamo gli attuali standard di vita e non reinventiamo le nostre città, queste rischieranno di collassare sotto il peso del loro sviluppo insostenibile. E noi con loro.
A corredo dell’articolo le immagini del progetto “Like Trees In The Woods” realizzato dallo scultore Michele D’Agostino per NichelcromLab, brand italiano specializzato in rivestimenti e superfici in acciaio inox, e presentato alla Design Week 2024. Un’esperienza immersiva dal forte impatto scenico nella quale il visitatore era invitato a camminare in un vero bosco di querce, riflesso e replicato all’infinito grazie all’effetto specchiante dell’acciaio