A Vicenza, la mostra antologica dedicata a Guido Harari ripercorre oltre cinquant’anni di fotografia attraverso più di 300 opere. Al centro della sua ricerca rimane il ritratto, l’unico strumento capace di restituire la dimensione più intima e autentica dei soggetti immortalati
Fino al 26 luglio 2026 la Basilica Palladiana di Vicenza ospita Guido Harari. Incontri – 50 anni di fotografie e racconti, grande mostra antologica dedicata a uno dei più importanti fotografi italiani contemporanei. Promossa dal Comune di Vicenza, l’esposizione riunisce oltre 300 opere tra fotografie, installazioni, filmati originali, proiezioni, manifesti e materiali d’archivio, restituendo il percorso umano e professionale di Harari attraverso mezzo secolo di attività.
A firmare il progetto di allestimento è TRES architettura+ingegneria, studio con sede a Fontaniva, che ha sviluppato un percorso espositivo capace di instaurare un dialogo con la monumentalità della Basilica Palladiana. L’intervento accompagna il visitatore attraverso una successione di ambienti e sequenze narrative che mettono in relazione opere, spazio e architettura, valorizzando al tempo stesso il carattere storico del luogo e la forza evocativa delle immagini.
La mostra segna il ritorno della grande fotografia contemporanea negli spazi della Basilica e ripercorre l’intera carriera di Guido Harari, dagli esordi negli Anni 70 come fotografo e giornalista musicale fino alle collaborazioni nei campi dell’editoria, della moda, della pubblicità e del reportage. Al centro della sua ricerca rimane il ritratto, inteso non come semplice documento ma come strumento capace di restituire la dimensione più autentica e narrativa dei soggetti immortalati.
L’allestimento organizza le oltre trecento fotografie in sette sezioni tematiche che seguono l’evoluzione della carriera di Harari senza limitarsi a una semplice scansione cronologica. Ogni ambiente corrisponde a una diversa modalità di relazione con il soggetto fotografato, costruendo un itinerario fatto di incontri, volti e memorie condivise.
Il percorso si apre con la “Cameretta”, ricostruzione simbolica della stanza dell’artista adolescente. Poster, riviste musicali, fotografie, copertine di dischi, pagine di diario e memorabilia compongono un paesaggio visivo che racconta la formazione dello sguardo di Harari e il ruolo della musica nella costruzione del suo immaginario.
Dalla dimensione privata si passa al mondo della performance dal vivo con la sezione “Concerto”, che restituisce la duplice prospettiva vissuta dal fotografo: quella dello spettatore e quella del reporter che condivide il palco con gli artisti. Una sequenza di rampe, passaggi compressi e pareti convergenti conduce progressivamente verso il “Backstage”, ambiente più raccolto e intimo dedicato al dietro le quinte.
La visita prosegue nella sezione “La musica che mi gira intorno”, dove l’allestimento si apre nuovamente verso la spazialità della Basilica, lasciando emergere la presenza delle murature storiche. Da qui si raggiunge il cuore della mostra: la “Selva”, definita dai progettisti come il Pantheon della produzione fotografica di Harari.
Oltre una soglia tessile, lo spazio si espande nella grande aula della Basilica. Fotografie sospese scendono dalla copertura storica, mentre una serie di pareti espositive leggere costruisce un contrappunto con la massa muraria dell’edificio.
Attraverso il percorso emergono alcune delle figure più significative della cultura contemporanea. Da Fabrizio De André a Bob Dylan, da David Bowie a Lou Reed, da Kate Bush a Vasco Rossi, fino a Paolo Conte ed Ennio Morricone. Accanto ai protagonisti della musica compaiono inoltre personalità provenienti dal cinema, dall’arte, dall’architettura, dalla scienza e dal pensiero contemporaneo, tra cui Wim Wenders, Renzo Piano, Giorgio Armani, Carla Fracci, Rita Levi-Montalcini, Margherita Hack, Roberto Baggio, Anselm Kiefer, Dario Fo, Franca Rame, Greta Thunberg, Zygmunt Bauman, José Saramago e Jane Goodall.