INTERVISTE
Marco Lavit

Lombardo di nascita, parigino d’adozione, architetto e designer, Marco Lavit è il Barone Rampante del progetto. Realizza case sull’albero e, con la stessa leggerezza, rifugi sospesi e isole di pace

C’è uno spazio, nel cuore di Milano, dove un’idea di leggerezza come sarebbe piaciuta a Italo Calvino genera l’armonia dell’incontro rinnovato tra uomo e natura. È il cortile della Casa Museo Molinario Colombari, in zona Isola: qui Marco Lavit, lombardo di nascita e parigino d’adozione, ha realizzato una serie di piccole isole sospese che sono come case sull’albero, suo tema prediletto. “Ho progettato le isole e previsto anche gli alberi”, sorride. Le panche-piattaforme sono pensate in modo che la struttura evochi lo staccarsi da terra. Ogni seduta, rivestita in lamiera perforata, è in equilibrio su un vaso, insieme a cui definisce un’oasi di ombra e ristoro. Lavit, il Barone Rampante del design europeo (Cosimo Piovasco suona meglio, ché di rampante nella voce gentile di questo ragazzo non c’è nulla) vive a Parigi da quando aveva 18 anni. Dopo la laurea all’Ecole Speciale d’Architecture, non è più andato via. “Non mi sono mai chiesto se tornare o meno in Italia. Diciamo che rimanere in Francia è stato naturale. Vivere qui è un po’ il mio modo di coltivare la leggerezza calviniana”.

Il suo è un Dna, progettuale e non soltanto, con due sensibilità diverse: come funziona?

Quest’anno è il ventesimo che vivo a Parigi, ormai ne ho trascorsi più qui che in Italia, da dove sono arrivato nel 2005. Restare a questa distanza e lavorare con aziende del mio paese è una cosa che funziona benissimo. Più ne sto lontano, più lavoro a progetti Oltralpe. O forse è soltanto un caso se, nel frattempo, continuano ad arrivarne di molto interessanti.

Per esempio?

Un museo a Como e il nuovo allestimento della galleria Rossella Colombari a Milano. Per questo spazio sto lavorando sul tema della cornice, uno strumento negletto, considerato qualcosa di cui si farebbe volentieri a meno e che sto cercando di trasformare in un valore aggiunto, senza che però prevalga sul contenuto, mantenendo anzi la sua discrezione.

Che valore aggiunto trovano nel Marco Lavit italiano di Parigi le aziende italiane con cui collabora?

Me lo domando spesso anche io, visto che, mediamente, costa di più lavorare con me che vivo all’estero che con un designer italiano. In genere mi spiego questa cosa facendo un parallelo con la mia attività di docente. Ogni tanto, viaggiando spesso per lavoro, mi capita di non essere in aula a fare lezione. A quel punto, gli studenti si attrezzano con presentazioni, disegni e materiali vari da trasmettere in digitale o comunicare via call. Capita che in quelle occasioni siano più bravi ed efficaci nel veicolare il progetto di quanto non lo siano durante le lezioni dal vivo. La sintesi richiede esercizio, mettere a fuoco vuol dire coltivare una certa distanza. Forse è proprio questo sforzo di sciogliere la complessità, tipico di chi è distante e per questo più lucido, che mi fa lavorare meglio. Se vivo in un altro paese, non andrò a fare dieci sopralluoghi, ma tirerò fuori il massimo da due.

Lei è l’architetto delle case sull’albero, ma questa volontà di staccarsi da terra ispira un po’ tutto il suo design o sbaglio?

Sì, è così. Elevarmi è un mio desiderio e un modo di essere. Ho disegnato lodge e spazi contemplativi staccati letteralmente da terra e immersi nel paesaggio o nell’acqua. Ce ne sono in Monferrato, nella zona di Avignone, sul lago della Leonessa. I primi sono eco-hotel in mezzo ai vigneti, un villaggio di quattro capanne indipendenti in legno e vetro il cui design è ispirato ai pagliai tradizionali. La struttura è sollevata anche per rendere omaggio alla terra, accarezzarla appena. Grandi Cepages, invece, sono venticinque eco-suite in una riserva di pesca nel sud della Francia che ricordano edifici primitivi sulla riva del lago, galleggiando sull’acqua come zattere o su pilotis come palafitte. Anche il rifugio Hut per Ethimo, un arredo da esterno pensato per isolarsi e leggere, è un modo per elevarsi rimanendo con i piedi per terra, mantenendo il contatto visivo con l’orizzonte. La verità è che amo l’idea di lavorare in punta di piedi su un perimetro fragile, delicato.

Gioco e leggerezza sono due componenti evidenti nel suo modo di progettare: spontanei o voluti?

Assolutamente spontanei, inscritti nel mio carattere. Vengo da una famiglia che ha sempre coltivato l’essenzialità nella vita di tutti i giorni, e questo si riflette nel mio design. Se una cosa non è necessaria, non la penso neanche: è un fatto culturale. Mia madre, un’insegnante, mi ha trasmesso il valore della condivisione. Mio padre, architetto, l’amore per la semplicità.

Non presenta mai alle aziende del mobile render o 3D: un’altra forma di leggerezza?

Sono convinto dell’importanza del disegno a mano. Non ho mai avuto grande interesse per la modellazione 3D, il virtuale non mi è mai appartenuto neanche quando ero studente. Nel mio sito, peraltro, non pubblico mai progetti virtuali: se partecipo a un concorso e non lo vinco, non mi piace comunicarlo perché credo che non abbia senso. Fare architettura vuol dire portare a termine. E se una cosa non è andata a buon fine, vuol dire che deve restare in un cassetto in archivio.

Come cambia il suo modo di progettare, dall’architettura al prodotto?

Credo che chi mi conosce come architetto non fatichi a riconoscere un mio pezzo da designer. Sono contento di questa continuità, che è una forma di coerenza concettuale prima ancora che materica. Anche se ogni tanto qualcuno mi domanda come mai non uso nel design il legno che tanto amo per l’architettura.

Che cosa risponde?

Che io non sono legno, sono progetto. E progetto vuol dire staccarsi da terra. Se con il legno o con un altro materiale, lo decido poi, di volta in volta.