Il più celebre ebanista italiano non amava le luci della ribalta, preferendo da sempre lavorare dietro le quinte. Con le mani da falegname e la tipica ironia brianzola, Pierluigi Ghianda considerava il legno un valore assoluto. Un vero dono di Dio
C’è un legno di colore viola, rarissimo, nascosto nella fitta giungla brasiliana. Pochissimi lo hanno visto. Uno di questi era Pierluigi Ghianda, che se n’era portato a casa qualche pezzo, conservandolo come oro. “Era come toccare il vetro”, diceva. Poi qualcuno glielo rubò. “Ma a dir la verità”, ammetteva con quella sua ironia brianzola, “l’avrei rubato anche io”.
Bisogna partire da qui, da un uomo che si avventurava nelle foreste pluviali pur di trovare un legno nuovo, che attraversava il Giappone per osservare come lavoravano gli artigiani di Kyoto. Eppure Pierluigi Ghianda – nato a Monza nel 1926, cresciuto a Bovisio Masciago, scomparso nel 2015 – non è mai entrato nel pantheon dei grandi nomi ufficiali del design italiano. Si è sempre definito, con semplicità disarmante, “un falegname”.
Le origini della sua bottega, Bottega Ghianda, risalgono all’inizio dell’Ottocento. Il nonno Luigi, poi il padre Iginio, poi Pierluigi: tre generazioni legate allo stesso odore di segatura e vernice. Ghianda impara il mestiere da bambino, a sette o otto anni. Durante la guerra, quando il padre non c’era, a tenere in piedi tutto ci pensò la madre Serafina, donna dal carattere ferreo (mentre oggi è la figlia di Pierluigi, Beatrice, a prenderne le redini).
Quando Ghianda diventa il punto di riferimento della bottega, la filosofia non cambia: poche macchine, tanto lavoro manuale, nessuna corsa alla produzione di massa. Nella Brianza in cui era cresciuto, d’altronde, non si buttavano via nemmeno i chiodi già usati. Le sedie uscite dalla sua bottega erano fatte per durare decine di anni. Mentre con i macchinari moderni, diceva lui, non sei più obbligato a conoscere il legno. E non conoscere il legno, per Ghianda, significava non capire nulla. “Per me il legno ha un valore assoluto, guai a sciuparne un pezzo. È un dono di Dio”.
Ghianda non lavorava solo il legno: lo ascoltava. Passava la cera sul cipresso senza verniciarlo, per mantenerne il profumo nei decenni. Del Cocobolo diceva che bisognava toccarlo spesso, “perché il grasso della pelle lo rende morbido come la seta”. Quella conoscenza corporea della materia era frutto di pratica, ma anche di lunghi viaggi: Stati Uniti, Brasile, Giappone, dove gli ebanisti vengono chiamati gli artigiani di Dio. Lui stesso diceva, con la sua consueta ironia, di aver viaggiato “per rubare il mestiere”.
Nel 2012 Studiolabo gli dedica un documentario – L’uomo che firma il legno – che restituisce la figura di chi aveva trasformato una bottega di provincia in un punto di riferimento del design internazionale. Con lui, infatti, hanno lavorato dei giganti del settore come Gae Aulenti, Mario Bellini, i fratelli Castiglioni, Gio Ponti, Ettore Sottsass, Richard Sapper, Eileen Gray, e lo hanno cercato aziende del calibro di Hermès, Rolex, Knoll, Dior, Pomellato, De Padova. Inoltre, dalla sua bottega sono usciti capolavori come la scrivania della famiglia Crespi al Corriere della Sera e il primo prototipo del tavolo Vidun di Vico Magistretti.
Tra tutte le sue collaborazioni, quella con Gianfranco Frattini è stata sicuramente la più feconda: un’amicizia durata tutta la vita che diede origine, tra le altre cose, al tavolo Kyoto. La storia nasce agli inizi degli Anni 70, durante un viaggio in Giappone che i due compiono insieme. Visitano botteghe, si fermano davanti a templi e pagode tenuti insieme dalla sola forza degli incastri, senza un chiodo né una vite. Nasce così l’idea di un tavolino che riprendesse quella filosofia costruttiva.
Il Kyoto entra in produzione nel 1974: legno massello di faggio con inserti strutturali in noce Canaletto, 1.705 incastri e una texture di 1.600 fori quadrati che giocano con luce e ombra. È oggi esposto al MoMA di New York e nel 2020 Poltrona Frau lo ha rieditato nella collezione Future Heritage.
Pierluigi Ghianda se ne va nel 2015, a quasi novant’anni. “Adesso le mani sono a posto”, diceva verso la fine, finalmente senza tagli perché “non toccano più il legno”. Quello che lascia non è un catalogo di prodotti: è una maniera di stare di fronte alla materia, con rispetto, umiltà e pazienza.
Pierluigi Ghianda. Foto Emanuele Zamponi
Pierluigi Ghianda nella sua bottega a Bovisio Masciago
Kyoto, design di Gianfranco Frattini. Foto Marirosa Toscani Ballo