Le etichette continuano ad andare strette al progettista israeliano. Che all’ultima Design Week ha reinventato con Moroso la poltrona lounge, liberandola dell’imbottitura e facendola più green
C’è una frase indicativa che il grande Ron Arad ha scritto lo scorso aprile durante il Fuorisalone di Moroso, su una delle tre poltrone lounge presentate allo Spazio Rossana Orlandi insieme all’azienda friulana e dipinte a mano in una performance dal vivo: “Have nothing in your house that you do not know to be useful or believe to be beautiful or love”. Ovvero: non avere nulla in casa che tu non sappia essere utile o che non credi sia bello o ami. Un manifesto in nove righe e ventuno parole che schiude il pensiero di una figura da sempre in equilibrio precario e felice tra due mondi lontani (ma forse molto meno del previsto, guardando alla sua storia). Da un lato il design, dall’altro l’arte. In mezzo, questo settantatreenne progettista israeliano, nato a Tel Aviv nel 1951 e attivo da Londra in tutto il mondo con le sue creazioni che dagli Anni 80 aprono le porte di un immaginario unico fatto di forme organiche, sopra le righe, eclettiche.
Cita ancora Oscar Wilde, quando le chiedono qual è la differenza tra design e arte?
Wilde diceva che era inutile dividere le persone in buone e cattive. Molto meglio distinguere tra quelle divertenti e quelle noiose. Lo stesso discorso, secondo me, vale per le cose: non esistono oggetti d’arte e arredi di design. Esistono oggetti noiosi, interessanti o fantastici.
Alla Design Week ha presentato One Page con Moroso, una poltrona lounge con l’ambizione di diventare un’icona, ma anche il frutto di una sfida per mettere al bando l’imbottitura e il suo impatto sull’ambiente mantenendo intatto il comfort del modello maggiormente associato al relax. Ce la racconta?
Esistono grosso modo due tipi di progetti. Alcuni nascono da un’intuizione e ti portano a chiederti quali siano il materiale, la tecnologia e la manifattura giusti per realizzarla. One Page appartiene al secondo gruppo, perché è una poltrona che nasce da una tecnologia e da una serie di possibilità che prima non c’erano. E sono quella tecnologia e quelle possibilità che in qualche modo hanno acceso Moroso e me e ci hanno fatto chiedere che cosa avremmo potuto farci, mettendo al mondo qualcosa che prima non c’era. Nello specifico, abbiamo realizzato One Page sfruttando la possibilità di sovrapporre due scocche. La prima, quella esterna, è in poliuretano stampato rigido e riciclabile, l’altra, quella interna, è anch’essa in poliuretano stampato, ma flessibile. In pratica, abbiamo eliminato l’imbottitura riducendo l’impatto sull’ambiente. La poltrona si chiama One Page proprio perché somiglia a un foglio. E infatti la seduta è un unico pezzo in cui braccioli e schienale formano un solo movimento, avvolgente. È stato un viaggio estremamente interessante, come tutti gli altri compiuti insieme a Patrizia (Moroso, ndr) in questi lunghi anni di collaborazione.
Quanto tempo avete impiegato per metterla a punto?
Due anni, ma il grosso del lavoro è stato fatto la scorsa settimana (sorride, ndr). È stato un processo decisamente complesso, in cui ogni passaggio anticipava la sfida successiva.
Moroso a parte, trova ancora ispirazione a Milano?
Con l’Italia ho legami profondissimi dal 1981, l’anno in cui realizzai la Rocking Chair e le aziende italiane iniziavano a guardare al mercato londinese. E anche se le accademie di design qui non mancavano, le chance di lavoro più interessanti continuavano a provenire dal vostro paese. Così ho iniziato a viaggiare. E tra le mie frequentazioni sono arrivati, tra gli altri, Ettore Sottsass e Achille Castiglioni.
Con Enzo Mari, invece, che rapporto aveva?
Le racconto una storia (sorride, ndr). Una quindicina di anni fa circa, Mari viene intervistato da Icon. A un certo punto, per citare un esempio di design che proprio detesta, vorrebbe fare il mio nome, ma proprio non gli viene in mente. Allora domanda al giornalista ‘come si chiama quel designer inglese che ha realizzato la libreria a spirale’. Intendeva la Bookworm che avevo progettato per Kartell molti anni prima e di cui pare sia stato venduto un numero di esemplari tale che, disposti in lunghezza, superano il perimetro dell’Italia. Quando il giornalista fa il mio nome, Mari esclama: “Merda pura!”. Evidentemente non gli piacevo, però finì per farmi una pubblicità enorme (sorride di nuovo, ndr)“.
Quanto conta il senso dell’inatteso, nel buon design?
Nel 1991 ero in Italia, dove venivo ogni anno a settembre, il Salone si teneva all’epoca in quel mese. Tre anni prima avevo realizzato in autoproduzione una serie di poltrone in metallo dalle forme curve. Come per gioco, ne avevo rivestito una di gomma piuma e tessuto. Quando la vede, Patrizia mi chiede se non voglio metterla in produzione con Moroso. “No”, le rispondo, “facciamo la collezione intera”. La chiamammo Spring Collection perché nel frattempo la fiera era stata spostata ad aprile.
Siamo seduti su poltrone disegnate da lei e realizzate in metallo a Dakar da artigiani locali. La sua sembra davvero una progettualità capace di parlare ovunque e a chiunque.
C’è una frase che mi attribuiscono, anche se non sono certo di averla mai pronunciata sebbene rispecchi il mio pensiero: la noia è la madre della creatività. A 73 anni, non mi mancano le idee. Mi sento coinvolto quando trovo una tecnologia inedita con cui misurarmi, come nel caso della One Page o come quando vedo all’opera gli artigiani che danno forma ai miei progetti dall’altra parte del mondo.
Ha una specie di parametro, un’unità di misura che le indica se e quanto un’idea è valida?
Direi l’invidia positiva. Quando credo di avere fatto qualcosa di interessante, provo a sdoppiarmi e mi domando se chi la osserva vorrebbe averla creata al posto mio. Se mi rispondo di sì, allora la strada è quella giusta.