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Stillness by Norm Architects

Omaggio al Sol Levante, diario di viaggio e manifesto stilistico. Il nuovo libro di Norm Architects – edito da Gestalten – esplora la bellezza della quiete che permea l’estetica
e l’architettura giapponese

Dopo oltre un decennio di viaggi, studi e collaborazioni creative, Norm Architects condivide la propria visione dell’estetica giapponese nell’architettura e nel design attraverso le pagine di un nuovo libro, edito da Gestalten. Stillness è al contempo un omaggio al Sol Levante, un diario di viaggio e un manifesto estetico che guida il lettore alla scoperta di una delle culture più affascinanti al mondo.

Accostando immagini del Giappone al lavoro dello studio fondato a Copenhagen nel 2008 – e raccontato nella precedente monografia Soft Minimal. A Sensory Approach to Architecture & Design –, il volume mette in luce le connessioni secolari tra due tradizioni progettuali distinte, sottolineando il rispetto reciproco e le filosofie condivise.

La profonda bellezza della quiete che permea l’estetica nipponica è allo stesso tempo familiare e straniera. Da un lato, evoca la sensazione di ‘casa’ e risuona con la semplicità malinconica della cultura scandinava: l’atmosfera ovattata di un giardino giapponese o di una sala da tè non è molto diversa dalla quiete che trasmettono gli spazi vuoti dipinti dall’artista danese Vilhelm Hammershøi. Dall’altro lato, il ricco patrimonio architettonico e artigianale del Sol Levante incarna un’armonia viscerale tra l’individuo e la natura che non ha eguali, nemmeno nel design scandinavo.

Il volume raccoglie una ricca selezione di fotografie scattate da Jonas Bjerre-Poulsen, cofounder di Norm Architects, che documentano l’influenza delle tradizioni giapponesi sui progetti contemporanei dello studio, come il ristorante Äng in Svezia o la Heatherhill Beach House in Danimarca. “Esplorare l’estetica giapponese da un punto di vista scandinavo è stato un viaggio segnato da curiosità e introspezione”, rivela Jonas Bjerre-Poulsen nella prefazione del libro. “Nel tentativo di svelare gli elementi e le idee che definiscono l’architettura e il design nipponico, abbiamo cercato di comprendere il legame tra il patrimonio scandinavo e quello giapponese, e come una cultura abbia influenzato l’altra”.

Separate da oltre ottomila chilometri, queste due terre, infatti, hanno sviluppato approcci simili alla cultura del progetto: il rispetto per la natura, la sensibilità alla tattilità della luce, un’intima dedizione alla lavorazione artigianale e una ricerca spasmodica dell’equilibrio tra sensorialità e sobrietà, ordine e complessità. L’esempio emblematico di questa filosofia è incarnato nel libro dal tokonoma, un’alcova ricavata all’interno della washitsu – la stanza tradizionale giapponese – destinata a esporre opere d’arte, calligrafie e composizioni floreali. Un luogo carico di significato simbolico e spirituale, in cui il vuoto manifesta la sua sacralità, raggiungendo uno stato sublime.

Nell’estetica nipponica, infatti, due concetti rivestono un’importanza vitale: il wabi-sabi, che celebra l’imperfezione e la transitorietà, e lo yugen, che si riferisce a una bellezza misteriosa e indefinibile. È l’estetica del non detto che scaturisce dal suggerito, dall’incompiuto e dall’inespresso; come un’ombra vaga e imperscrutabile che cala sugli oggetti, sfumandone i contorni nel delicato abbraccio della semioscurità. A questo punto, Stillness pone a confronto il tokonoma giapponese con la sua interpretazione scandinava: la Sjöparken Lake Villa, in Svezia.

Immersa nelle tranquille foreste di faggi di Halland, Sjöparken evoca l’atmosfera di un villaggio all’aperto ispirato ai templi e ai giardini del Sol Levante. Il fluido gioco tra interni ed esterni trascende la mera estetica, plasmando il modo in cui lo spazio è vissuto. Pertanto, il legame con la natura non è un pensiero postumo, ma un principio guida che ha influenzato ogni decisione progettuale. Il modo in cui la luce filtra attraverso le stanze, la scelta dei materiali e la fluidità di movimento sono gesti intenzionali: manifestazioni della convinzione che l’architettura sia una danza sfumata tra l’intenzionalità dell’opera umana e la spontaneità del mondo organico.