CASE
Sul Lago di Garda, Daniela e Alv Kintscher progettano Ca’ dei Mongi con rigore e sensibilità materica. Tra architettura, paesaggio e vita quotidiana

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Arroccata sulla sponda orientale del Lago di Garda, nel borgo collinare di Brenzone, Ca’ dei Mongi si rivela come un rifugio modellato tanto dall’istinto quanto dall’intenzione. La casa, di proprietà degli interior designer Daniela e Alv Kintscher, è il risultato di un lungo percorso emotivo, iniziato non dall’architettura, ma da ritorni ripetuti in un paesaggio che, poco alla volta, è diventato parte essenziale del loro modo di vivere.

Per anni la coppia ha viaggiato dalla Baviera al lago, attratta dal suo microclima e dai venti che ne fanno una meta privilegiata per gli sport acquatici. I loro soggiorni erano brevi, spesso trascorsi dormendo in un van parcheggiato tra gli ulivi, per svegliarsi all’alba davanti alla vista del lago. Ma quello che avrebbe potuto restare un semplice rito di evasione si è lentamente trasformato in un desiderio più stabile: non solo visitare questo luogo, ma appartenervi.

Un desiderio che ha preso forma nella trasformazione di una tradizionale casa in pietra risalente alla fine dell’Ottocento. In origine era una dimora modesta, e al momento dell’acquisto assomigliava a una baita di montagna, rudimentale ma funzionale, dove si cucinava sul fuoco all’aperto e l’acqua si attingeva direttamente dalla montagna.

Il progetto si è così concentrato su un lavoro di distillazione: togliere, rivelare e ricalibrare ciò che già esisteva, senza alterare il volume originario. Il restauro, durato tre anni, è stato guidato da un approccio misurato, nel quale ogni decisione è stata valutata in rapporto all’integrità della struttura esistente. Uno degli aspetti più complessi è stato quello strutturale.

Le normative locali imponevano un completo adeguamento antisismico, una condizione che spesso porta a soluzioni invasive e visivamente penalizzanti. Invece di seguire metodi convenzionali, i proprietari hanno lavorato a un’alternativa meno intrusiva: un cordolo strutturale in acciaio grezzo, lasciato a vista e integrato nel linguaggio architettonico della casa. Una scelta che riflette un atteggiamento più ampio, rintracciabile in tutto il progetto: apertura alla necessità tecnica, ma solo quando questa può essere inserita in un’estetica coerente.

Altrove, il dialogo tra passato e presente è affrontato con analoga attenzione. Due pilastri esterni in cemento, inizialmente percepiti come potenzialmente dissonanti, oggi ancorano l’edificio con un sobrio senso di equilibrio. Anche le aperture verso il paesaggio sono state ripensate e ampliate: una grande finestra rivolta a nord incornicia il profilo lontano del Castello Scaligero di Malcesine, mentre la terrazza è stata estesa per consentire la lettura continua del lago, da un’estremità all’altra.

Eppure la qualità più distintiva di Ca’ dei Mongi va oltre la chiarezza architettonica. La casa agisce su un piano più intangibile, costruito attorno a un’atmosfera che i proprietari descrivono in termini di quiete, lentezza e attenzione. La vita quotidiana qui si organizza intorno a esperienze elementari: ombra, acqua, luce e scorrere del tempo. La presenza degli ulivi, l’uso di materiali naturali e una palette di toni trattenuti contribuiscono tutti a generare un senso di continuità, più che di affermazione formale.

Alla base di questo approccio c’è una sensibilità affine al wabi-sabi, non come riferimento stilistico, ma come filosofia vissuta. Imperfezione, patina e transitorietà sono riconosciute come valori, così da lasciare la casa aperta al cambiamento invece che fissata in uno stato concluso. Lo stesso atteggiamento si riflette negli oggetti che popolano gli ambienti: invece di acquistare un’opera d’arte convenzionale, i proprietari hanno scelto un vecchio lamierino ritrovato in giardino, la cui superficie, modellata da decenni di degrado naturale, è diventata qualcosa di singolare ed espressivo.

Allo stesso modo, alcune tracce del passato emerse durante il restauro – come una tavola di legno scavata dall’uso in profonde curvature – sono state conservate e reinterpretate, fino a trasformarsi in un piano per il taglio del pane che prolunga, nel presente, la memoria tattile della casa.