INTERVISTE
Andrew Trotter

Semplicità e onestà sono i valori con cui Andrew Trotter vorrebbe essere identificato. Noto per le sue reinterpretazioni delle masserie pugliesi, esplora diversi ambiti. Con il coraggio di chi agisce e progetta per passione

Andrew Trotter trasmette un invidiabile aplomb, ma è evidente che è la passione che lo spinge ad agire. Il suo nome è associato al Mediterraneo e alla Puglia, dove è una sorta di costruttore senza nome di un’architettura vernacolare rivisitata. Ma il creativo anglosassone guarda già oltre. Arrivato alla progettazione dopo un percorso apparentemente casuale che è passato dal design alla moda e alla fondazione della rivista Openhouse, Andrew Trotter nelle vesti di progettista si sente a suo agio e non disdegna nuove sfide che scavalcano i confini europei. Il suo è un orizzonte ampio. Risiede a Barcellona ma non ha un passato stanziale – originario di Manchester ha vissuto in Australia, a Londra, a Bilbao – e oggi passa gran parte del suo tempo in Puglia, dove continuano a piovergli incarichi.

L’Italia per te è quasi una seconda casa

Al punto che in Puglia ho appena comprato un antico tabacchificio che diventerà la mia nuova casa. Mi piace questa regione, perchè è proprio come ti immagini l’Italia da straniero. Ma recentemente sono stato anche a Camogli, un posto dove potrei vivere. Mi ricorda l’Amalfi del “Talento di Mr Ripley”, ma senza gli americani!

Raccontaci il tuo percorso professionale

Sono sempre stato interessato al design. Quando ci trasferimmo in Australia e la mia famiglia cercava casa, ne immaginavo la planimetria e a 18 anni avevo disegnato circa duecento case. In Australia era molto difficile entrare nella facoltà di architettura e non sono mai stato interessato agli aspetti ingegneristici. Ciò che mi appassiona sono le abitazioni, la piccola scala, per cui scelsi di studiare interior design. A 22 anni mi trasferii a Londra e trovai lavoro nello store di Alessi. Da lì nello studio di Anouska Hempel dove, in quanto junior, ero più che altro alle prese con il disegno tecnico. Cambiai settore ed entrai da Yohji Yamamoto, poi altri lavori sempre nella moda, fino a quando mi sono chiesto: Andrew cosa vuoi fare veramente? Così nel 2010 mi sono trasferito a Barcellona dove ho aperto un negozio di oggettistica per la casa, Openhouse. Ma all’epoca non era la città giusta per un business di quel tipo, e dopo un anno decisi di chiudere. Anche grazie ai contatti fatti, insieme all’amica Mari Luz Vidal abbiamo trasformato l’appartamento che condividevamo in una galleria aperta al pubblico dove organizzavamo mostre, concerti e conferenze. In tre anni sono passate da casa nostra 4500 persone.

Prima che progettista sei stato editore. Come è nata l’idea di fondare la rivista Openhouse?

Reduci dal successo dell’iniziativa di aprire casa nostra, ci piaceva l’idea di mostrare esperienze simili, un’evoluzione naturale dell’esperienza di condivisione. Il primo numero venne finanziato attraverso un crowdfunding. Oggi ha un buon seguito, un buon nome in tutto il mondo. Siamo riusciti a non renderla troppo commerciale, ha ancora un sapore autentico dopo undici anni. Adesso è nelle mani di Mari Luz, io sono una figura più defilata perchè mi dedico esclusivamente all’architettura.

Raccontaci come sei approdato alla progettazione

Più o meno durante il lancio di Openhouse: un amico innamorato della Puglia mi propose di accompagnarlo nella ricerca di un fabbricato da ristrutturare, e quando trovò il terreno nelle campagne di Ostuni e mi chiese di aiutarlo a cercare un architetto, mi feci avanti. Mi disse: ma tu non sei un architetto! Gli proposi un progetto, gli piacque e con l’aiuto di un amico del mestiere lo realizzammo. La Moroseta è nata così.

Il primo di una serie di interventi sul territorio pugliese

Un anno dopo iniziai altri due progetti, Villa Cardo e Villa Castelluccio. Insieme a Marcelo Martínez abbiamo deciso di entrare in Instagram e aprire una pagina web, e in breve avevamo per le mani altri tre progetti. Durante l’epoca del Covid le persone erano molto connesse al web, sognando una casa a contatto con la natura. È stato allora che siamo stati contattati da diversi clienti ed è partito tutto. Oggi solo in Puglia stiamo lavorando a quindici progetti, che si aggiungono ai dieci completati. E ne abbiamo un’altra decina in corso, tra l’Italia, la Catalogna, il Messico e gli Stati Uniti.

Come si trasforma una passione in un mestiere di successo?

Non me lo sarei mai aspettato, tutto è decollato in maniera molto naturale. Credo che le cose che facciamo risultino autentiche e molto vivibili. I nostri progetti stabiliscono un rapporto con l’ambiente e gli aspetti culturali locali,sono essenziali senza essere minimalisti, facilmente abitabili, confortevoli, imperfetti, trasmettono una sensazione di appartenenza. La semplicità non stanca.

Il linguaggio delle tue architetture pugliesi attinge alle forme, ai materiali e alle tecniche tradizionali. Perchè credi che questo look nostalgico abbia successo? 

Quando vivi in Nord Europa ciò che sogni è di trascorrere le vacanze nel Mediterraneo: uno stile di vita semplice, connesso con la terra, la luce, i muri bianchi, gli ulivi. Progettiamo spazi che rimandano alle forme della tradizione, ruvidi, materici, non eccessivamente disegnati. Forme che si sposano con il paesaggio, non sorprendenti ma sincere. Non ci interessa rincorrere il gesto contemporaneo, ma trasmettere una sensazione di comfort e di vissuto.

Avete iniziato con l’architettura residenziale poi sono arrivate una galleria ad Atene e, soprattutto, La Rinascente a Milano, un progetto che esula dal tuo portfolio

Si, è stata una sfida e un’occasione che uno studio giovane come il nostro non poteva farsi sfuggire. Studio Mumbai, che è uno dei miei idoli, aveva firmato il piano inferiore, Van Duysen quello superiore. Ci hanno chiesto di progettare una porzione del secondo piano dedicata alla moda maschile e il risultato è piaciuto molto sia a noi che al cliente.

Quando avete fatto il salto oltreoceano?

Nel 2020 ricevemmo una mail da due giovani imprenditori americani che ci avevano trovato sul web, a cui erano piaciuti i nostri lavori e che volevano costruire un resort nello Utah, dove l’offerta di qualità è incredibilmente scarsa. Ci scelsero anche perchè sentivano che insieme ci saremmo divertiti. Proprio adesso stiamo per cominciare il cantiere.

Come sarà questo hotel?

In pieno deserto, sessanta moduli abitativi, due ristoranti, una spa e viste spettacolari sullo Zion Park. Un’architettura contestualizzata in stile brutalista senza protagonismo, con un’impronta minima sul paesaggio. Gli stessi clienti hanno comprato un altro appezzamento per realizzare una ventina di abitazioni. Noi ne abbiamo disegnate cinque e le altre le abbiamo proposte ad altri architetti.

La relazione con i materiali costruttivi?

Preferibilmente locali, nobili e più naturali possibile. Pietra, calce, legno, cemento, l’importante è che siano onesti, e valorizzati. E poi prodotti artigianalmente. Il Messico da questo punto di vista è una fucina incredibile. Anche la Puglia, dove il 90 per cento del materiale da costruzione è reperibile in un raggio di 50 chilometri.

Referenti?

L’architettura locale tradizionale naturalmente, poi sono tanti i nomi che ammiro. Luis Barragan è uno dei miei preferiti, poi Pawson, Studio Mumbai, i messicani.

Quali progetti hai in serbo per il futuro?

Mi piacerebbe continuare a lavorare negli Stati Uniti, ma soprattutto in Messico, un paese che amo. Un sogno? Una casa. A non più di dieci minuti dalla spiaggia, con una finestra dalla quale si veda soltanto il mare.