Lenta, materica, intima. Architettura come esperienza emotiva. Space Copenhagen costruisce la sua poetica su un approccio intuitivo fondato sull’equilibrio tra gli opposti. Per progettare – innanzitutto – atmosfere
Peter Bundgaard Rützou ha fondato, insieme a Signe Bindslev Henriksen, Space Copenhagen, diventata in due decenni una firma di riferimento internazionale dello stile nordico più sofisticato, declinato in tutte le scale. Portato alla ribalta dal progetto del ristorante Noma, lo studio ha mantenuto intatta negli anni l’ambizione di tracciare nuovi sentieri bilanciando gli opposti, secondo un metodo che fa della dualità e del contrasto uno dei suoi pilastri. Per Bundgaard l’empatia è un ingrediente progettuale fondamentale: “progettare significa essenzialmente mettersi all’ascolto del luogo”, ma non solo. La sua idea di “spazio vissuto e non non misurato”, dove l’atmosfera è emozione tradotta in spazio, si alimenta di una curiosità trasversale e di un interesse profondo per il comportamento umano. Affascinato dall’indivisibilità tra tempo e materia, concepisce l’architettura come un processo di sedimentazione e la bellezza un valore progressivo.
Cosa è rimasto intatto nel tempo nella traiettoria ventennale di Space Copenhagen?
Senz’altro l’uso dei materiali naturali, legati inevitabilmente al concetto di tempo: un calcare o un marmo sono vita in forma compressa, materia sedimentata nel corso dei millenni. Lo stesso vale per il legno. Le venature e le strutture che percepiamo come pattern astratti sono in realtà tracce organiche trasformate dal tempo. Ricerchiamo uno stato in cui il materiale acquisisce una voce propria. E la dualità: è il dialogo tra qualità opposte a generare intensità. Ogni applicazione diventa così una narrazione silenziosa, percepita non tanto razionalmente quanto attraverso i sensi.
Il carattere evocativo dell’architettura è un tratto essenziale del vostro lavoro. Come procedete nella costruzione dell’identità di un progetto?
Progettare uno spazio significa costruire un racconto atmosferico, capace di trasmettere emozioni. A questo primo livello intuitivo si aggiungono ulteriori stratificazioni: riferimenti culturali, tecniche artigianali, citazioni. È questa costruzione per livelli a definire il nostro linguaggio. L’atmosfera, quindi, è insieme spontanea e guidata. È una manipolazione consapevole di materiali, luce, ombra e proporzioni. Quando progettiamo un ristorante la prima domanda è: quale reazione volete provocare, intimità, energia, discrezione? Da queste metafore iniziali nasce un lessico spaziale che traduce sensazioni in forma costruita, alla quale poi si sovrappongono ulteriori livelli di significato.
E questi ultimi riguardano soprattutto ciò che per voi è essenziale: materiali naturali, luce e ombra. Meno chiara è la parte che emerge, quella intuitiva.
Quando si entra in uno spazio per la prima volta di solito si capisce subito se ci fa sentire bene oppure no, ancora prima di saperne spiegare il motivo. L’intuizione è più rapida della ragione. Se si parte solo dall’analisi razionale, si rischia di creare qualcosa di molto preciso ma destinato a pochi.
Come si cattura quindi quella prima sensazione e la si trasforma in luogo?
Si parte sempre dal dialogo. Ogni spazio appartiene a chi lo abiterà. Poi c’è il contesto, una tonalità di fondo con cui bisogna confrontarsi. Occorre capire quali elementi sono fondamentali e costruire a partire da quelli. A questo punto entrano in gioco le metafore: lentezza, intimità, socialità. Lo spazio è esperienziale, le persone cercano avventura e sorpresa, ma solo se si sentono al sicuro. Riconoscere questi comportamenti umani guida molte scelte progettuali.
Citate spesso Bachelard, Tanizaki, Scarpa, Pallasmaa, che provengono da mondi diversi ma condividono un’idea sensibile e intima dello spazio
Lo spazio è profondamente legato alla nostra psicologia. Riferimenti come Gaston Bachelard e la sua “Poetica dello spazio” sono importanti: la posizione in un angolo, con la schiena protetta e lo sguardo verso l’esterno, genera sicurezza; rivolgersi verso l’angolo produce invece una sensazione opposta. Sono dinamiche psicologiche che l’architettura può attivare. L’equilibrio sta nel risolvere il progetto fino a un certo punto e poi lasciare margine. Serve una struttura chiara, ma anche uno spazio che le persone possano completare con la loro presenza.
Quali dovrebbero essere allora le qualità fondamentali di un architetto?
Se l’artista può essere estremamente soggettivo, l’architetto deve sentire la responsabilità di chi crea valore per altri. Il processo può arricchire personalmente, ma il risultato finale appartiene ad altri. Bisogna continuare a farsi domande, mantenere un equilibrio tra ciò che evolve lentamente, aspetti profondi della natura umana, e la necessità di riflettere il tempo in cui viviamo.
A cosa state lavorando?
Ad alcune case e a tre progetti negli Stati Uniti e nel Sud Pacifico di edifici residenziali legati a marchi alberghieri di lusso. Stiamo anche negoziando un intervento di ospitalità applicata al settore medico. Ospedali dove si cerca di trasformare l’esperienza della malattia in qualcosa di più accogliente. È un fenomeno in crescita, così come lo sarà quello delle residenze per anziani.
Tipologie preferite?
Gli hotel, per la complessità del programma. Un buon hotel contiene mondi diversi: la camera con la sua intimità, i corridoi come spazi ambigui e interessanti, la spa, i ristoranti. Ogni elemento deve essere autonomamente significativo ma anche parte di una storia più ampia.
Pensando ai progetti, cosa ti piacerebbe disegnare?
Vorrei progettare qualcosa nell’emisfero nord, nelle nevi perenni. Mi piace la natura estrema e anche se non sono una persona particolarmente religiosa, mi piacciono i luoghi sacri. Mi piacerebbe progettare qualcosa di straordinario, non in quanto “instagrammabile”, ma che mi faccia sentire che il mio tempo è ben speso.
E come studio, quali obiettivi vi siete posti per il futuro?
L’anno scorso abbiamo iniziato un progetto a Tokyo che sarà completato nel 2034. Abbiamo entrambi passato i cinquanta, in quanti progetti di questo tipo vorremo ancora impegnarci? Per cui ci stiamo addentrando in altre direzioni: un anno fa abbiamo fondato un’azienda specializzata in pitture e intonaci sostenibili. In primavera lanceremo una linea di arredi e abbiamo ristrutturato un edificio di cinque piani a Copenhagen, che è parte di un progetto più ampio: una casa che vuole essere anche luogo di incontro, con una galleria per mostre e talk, uno showroom con uffici e un attico dove ospitiamo artisti residenti. Uno luogo dove coinvolgere creativi, scambiare idee e dare spazio a chi ha qualcosa da dire. È molto stimolante.
Mi pare chiaro che il vostro metodo si nutre di contaminazioni. Cosa ti ispira al di fuori dell’architettura?
Un privilegio del nostro lavoro è che possiamo esplorare il mondo in profondità: culture, artigianato, storia del design, materiali, strutture sociali. Mi piace la cultura, l’arte, soprattutto quella astratta, perché la puoi comprendere solo attraverso l’intuizione e l’emozione. Artisti come James Turrell o Olafur Eliasson. La natura: amo l’Islanda, i vulcani, l’oceano, gli orizzonti, le immersioni.
Hai sempre saputo di voler fare l’architetto?
No. Ho studiato matematica negli Anni 90. Mi piacciono l’astrazione, la fisica quantistica e le biografie dei matematici, che sono tutte profondamente legate alla natura. Poi ho trovato un collegamento tra astrazione e costruzione concreta, e sono passato all’arte e all’architettura.