Rispetto per il contesto, coerenza, onestà e autenticità sono i pilastri su cui si poggia il credo del duo che compone Febrero Estudio. I giovani spagnoli che hanno la fobia della specializzazione
Amici dai tempi della facoltà di architettura a Siviglia, Mercedes González e Jesús Díaz si sono laureati durante la crisi dell’edilizia che ha colpito la Spagna nel 2008, così entrambi hanno colto al volo l’opportunità di unirsi a due imprese edili con importanti commesse all’estero: Mercedes a Londra, dove ha lavorato con Foster all’ampliamento dell’aeroporto di Heathrow, e Jesús in Brasile, dove si è fatto le ossa soprattutto nel campo delle opere civili e nell’ingegneria.
Rientrati a Madrid hanno deciso di unire le forze e nel 2016 hanno costituito Febrero Estudio. Il progetto di un appartamento insieme a Patricia Urquiola ha senz’altro aperto alcune porte e da allora è stato un crescendo incessante di incarichi. Soprattutto residenze e uffici all’inizio, per poi spaziare ad altri ambiti come hotel, ristoranti, cliniche, cantine, yacht, anche al di fuori dei confini spagnoli.
Allergici all’idea della specializzazione, non vogliono incorrere nell’errore di citare se stessi, perchè “Il rischio di ripetersi è forte. Quando ti trovi davanti alla sfida di una tipologia di progetto nuova, invece, l’approccio è diverso: studi e impari molto, e lasci spazio alle idee”.
In effetti lo studio dentistico che avete progettato a Madrid non ha nulla di asettico, ricorda quasi un boutique hotel
Esattamente. In ambito sanitario è abituale rivolgersi a studi specializzati in quella tipologia di interventI, per questo poi gli spazi si assomigliano tutti, con una qualità architettonica spesso discutibile. Il nostro approccio ha stabilito come condizione prioritaria, a latere del carattere funzionale, quella di creare uno spazio caldo e accogliente. Abbiamo scommesso senza paura di rischiare, portando la progettazione fino all’ultimo dettaglio.
Cosa pesa di più nell’approccio al progetto?
Il contesto senz’altro, insieme al programma e alle necessità del cliente. Soprattutto con il boom di instagram e pinterest, dove si moltiplicano le immagini di architetture tutte simili, con uno stile pulito e ordinato che si ripetono come dei cloni. È assurdo. Progettare a Parigi non può e non dovrebbe essere lo stesso che progettare nel Mediterraneo. Il contesto significa anche semplicemente misurarsi con il manufatto architettonico, con le sue aperture, la sua struttura, il tipo di esposizione e l’illuminazione naturale che riceve. Sono tutte condizioni che aiutano a intervenire negli spazi. Limiti che si trasformano in opportunità, ma che vanno rispettati.
A cosa non rinunciate?
Alla scelta oculata dei materiali e alla coerenza al concept iniziale. I primi devono essere soprattutto onesti, mentre è fondamentale che l’idea sia il risultato di un ascolto e un’analisi attenti e che vi si rimanga fedeli per tutto il processo. In architettura bisogna combattere contro i capricci – e l’ego – del progettista. E in seconda battuta contro quelli del cliente.
Come ci riuscite tanto nel privato come nel contract?
Oggi abbiamo la fortuna che sempre di più i clienti si affidano a noi. Conoscono i nostri lavori e si rivolgono a noi non per risolvere un problema ma perchè si aspettano una proposta. Con il committente del contract è più facile ancora, soprattutto all’inizio. C’è un distacco emotivo che con il privato che deve rifare casa non esiste, anche se poi in corso d’opera le cose possono complicarsi, ma fa parte del gioco.
In dieci anni avete totalizzato una grande varietà di esperienze progettuali, ma c’è una tipologia del cuore?
I boutique hotel, che possiedono la magia del residenziale ma con una logica completamente diversa: il cliente sa che gli ospiti vorranno sentirsi a casa, ma il grado di libertà per il progettista è maggiore. Ti puoi permettere concessioni difficilmente applicabili a una residenza. Come nel progetto dell’hotel Armesto a Madrid, dove siamo riusciti a convincere il cliente a fare qualche scelta azzardata. E ha funzionato benissimo.
Che ruolo gioca la decorazione nei vostri progetti?
Facciamo poche concessioni al superfluo. Che non significa che non decoriamo, ma lo facciamo in modo molto limitato. Non crediamo nel bello, crediamo nel bello e nel brutto. Crediamo che il mondo si sostenga grazie all’equilibrio e alle proporzioni di entrambi. Non crediamo nei capricci estetici.
Fatemi un esempio
Le linee curve quando sono gesti gratuiti. L’originalità a tutti i costi. Noi cerchiamo di concentrare negli arredi, nei tendaggi o negli oggetti il divertissment, in modo che possa essere sostituito quando viene a noia. Ma la struttura ha un carattere di permanenza, deve essere pensata in maniera rigorosa e rispondere a motivazioni fondate. È una questione anche di rispetto.
Onestà e serenità come valori?
Non è pensabile rinunciare all’onestà, in tutti gli ambiti della vita, ma non crediamo assolutamente nel cosiddetto “minimalismo caldo” se con serenità ti riferisci a questo movimento. Ci fa orrore questa tendenza dove sembra che viviamo tutti costantemente a Ibiza. Non voglio generalizzare, ci sono progettisti bravissimi e seri che progettano ambienti “sereni”. Ma si possono creare ambienti sereni anche senza il “total beige”. Nel sud della Spagna per esempio, esistono spunti e referenti di architettura locale senza ricorrere necessariamente all’uso della paglia. Il Mediterraneo andaluso non è quello greco per intenderci. Invece crediamo molto nella sobrietà, ma solo se non è una scelta codarda.
In che senso, spiegatevi meglio
Gli esseri umani sono abituati a vivere circondati da oggetti e gli spazi troppo depurati non sono, a nostro parere, poi così vivibili e a misura d’uomo. Diamo molta importanza agli oggetti e al significato che questi assumono nel quotidiano. E diamo molta importanza all’ordine, alla capacità di uno spazio di facilitare la vita di chi lo abita.
Nomi dell’architettura che vi ispirano?
I belgi, sempre: Axel Vervoordt e Van Duisen soprattutto. Ma anche Pawson o Zumthor. Peter Zumthor è l’architetto per eccellenza, perchè riesce a conciliare artigianalità e alta tecnologia. È capace di innovare senza fare rumore.
Il brutalismo dei messicani sta andando per la maggiore, siete anche voi tra i fan?
Ci piacciono molto, ma in Messico. Portare quel brutalismo qui da noi, persino in contesti extra urbani, ci sembra fuori luogo, proprio perchè non si attiene alle radici e alle nostre tradizioni. Prendiamo il cortijo, la cascina tipica andalusa: questa possiede un punto di sofisticazione che poco ha a che vedere con il cemento grezzo o con la terra cruda. Da noi l’argilla è stata sempre trattata con particolare delicatezza.
Siete una decina in studio, suddivisi tra la sede di Madrid e quella di Marbella. Quali progetti avete attualmente in cantiere?
Molti. Circa 25 residenze, soprattutto a Madrid, e un paio in Marocco. Un boutique hotel in Francia vicino a Lione, di cui siamo molto orgogliosi. A Parigi altri appartamenti, un negozio, uno studio di registrazione, anche uno yacht.
C’è qualcosa che ancora non avete avuto l’opportunità di realizzare?
Un chiringuito sulla spiaggia!
Questo articolo è estratto da The Book 29. Sfoglia il magazine