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Concrete Mon Amour

Il book fotografico “Concrete, Mon Amour” celebra l’impronta grezza del cemento, la materia che ha dato forma architettonica all’identità del XX secolo. Dal rigore strutturale all’utopia scultorea, gli scatti di Stefano Perego catturano la forza polisemica di questa pietra moderna

Il cemento non è solo un materiale. È l’elemento chiave di un linguaggio che ha raccontato il XX secolo con la stessa intensità con cui il marmo aveva narrato l’antichità. Plasmabile, economico e resistente, ha permesso nuove possibilità d’immaginazione costruttiva, oltre che di standardizzazione, assurgendo a voce di una modernità che oggi è anche memoria.

Sono alcune delle riflessioni stimolate dal volume Concrete, Mon Amour (edizioni Gestalten): una raccolta di scatti del fotografo Stefano Perego dedicati alle silhouette del modernismo in calcestruzzo. Non una semplice documentazione visiva, ma un viaggio al cospetto di edifici che evidenziano emblematicamente il rapporto tra materia, luce, tempo e prospettiva, di involucri che incorporano ingegno artistico, ideologia politica e aspirazione sociale. «Il significato dell’architettura risiede spesso nell’invisibile», afferma Eric Baldwin nella prefazione al libro.

Quasi tutte si ergono sulle fondamenta concettuali gettate da Le Corbusier, ma in questo volume l’attenzione va al periodo tra il 1955 e la fine degli Anni 90

È questa sensibilità ad animare il volume: come se la fotografia divenisse sguardo archeologico volto a disvelare la coscienza architettonica. Dall’ormai demolita Nakagin Capsule Tower di Kurokawa a Tokyo alla Chiesa di Nossa Senhora da Boavista di Agostinho Ricca a Porto, le opere immortalate da Perego sono frammenti della complessa vicenda del cemento come forma e sostanza del Novecento.

Quasi tutte si ergono sulle fondamenta concettuali gettate da Le Corbusier, ma in questo volume – organizzato per aree geografiche – l’attenzione va al periodo tra il 1955 (quando il maestro del modernismo era già al termine della sua parabola) e la fine degli Anni 90, coprendo un vasto territorio comprendente Europa (fino alla Bielorussia), Caucaso (Armenia, Georgia), Israele e Giappone. Ne risulta un mosaico di visioni e approcci.

Nell’ex Jugoslavia e nella parte orientale del Vecchio Continente, il cemento ha assunto un’aura quasi sacrale, da rito collettivo: vedi gli spomenik, monumenti del passato socialista come la Buzludzha Memorial House di Stoilov in Bulgaria e il Petrova Gora Monument di Berber in Croazia, e le strutture brutaliste sovietiche, tra cui l’ex Palazzo dei Concerti e dello Sport di Chlomauskas, Liandzbergis e Kriekelis a Vilnius.

Un valore similare è condensato nelle linee a zig-zag della State Political School di Dedeček in Slovacchia e nel suggestivo Western City Gate di Mitrović a Belgrado. Altro capitolo, l’Europa occidentale. Qui ritroviamo il senso di fiducia in un cemento quale materia vibrante in Germania, nelle chiese organiche di Gottfried Böhm a Düsseldorf e Colonia, e nelle sperimentazioni plastiche del Mäusebunker di Gerd Hänska a Berlino.

La sfida è innovare con soluzioni leggere e bioattive: per una responsabilità ecologica ineludibile che superi il racconto del Novecento.

Laddove in Francia l’estetica cruda dello Spinoza Housing Complex di Gailhoustet a Ivry-sur-Seine si affianca alla ricerca di poesia nella densità metropolitana di Émile Aillaud con le Tours Nuages, a Nanterre. Quanto all’Italia, Casa Galvagni a Calice Ligure e Casa Saldarini a Piombino riflettono una sensualità fluida, fusione di natura, gioco e costruzione.

Sono, queste, alcune tappe di un excursus che approda in Giappone, con una selezione che non dimentica il gusto fantascientifico dell’ARK Dental Clinic di Shin Takamatsu, né il mix di rigore zen e ironia pop della Face House di Kazumasa Yamashita a Kyoto. Ad accomunare gli edifici riuniti nel libro è la loro capacità di farci sentire il tempo. Perché il cemento si macchia, si screpola, porta su di sé il peso degli anni e la traccia del pensiero che lo ha plasmato.

Osservando gli scatti di Perego non si può non pensare al fatto che oggi, in un’epoca che tende a levigare e digitalizzare, quella “pietra” che nel secolo scorso ha incarnato il desiderio umano di permanenza, è a un bivio: sotto accusa per il suo impatto ambientale, resta insostituibile per la sua versatilità, accessibilità, robustezza. La sfida è innovare con soluzioni leggere e bioattive: per una responsabilità ecologica ineludibile che superi il racconto del Novecento.