CASE
Hannah e Pontus

In una riserva naturale nei sobborghi di Stoccolma e fra pendii ricoperti di conifere. Nella casa di Hannah Juzon e Pontus Björkman – founder del fashion brand Acne Studios – ruvido e liscio, luce e ombra, arte e funzionalità coesistono

“Una casa non è altro che un guscio vuoto che racchiude la vita delle persone, finché non si trasforma in uno spazio in cui vivere davvero”, era questa l’idea di Pontus Björkman, manager e founder del fashion brand Acne Studios, e di Hanna Juzon, scrittrice e consulente creativa, quando insieme allo studio svedese Halleröd hanno disegnato le prime linee della loro casa, un collage vivente di arte, antiquariato e design.

All’esterno la facciata è anonima, nascosta dietro una siepe e, a prima vista, non promette niente di speciale. Anche dietro la superficie vetrata dell’ingresso c’è solo una parete bianca che non rivela nulla.

Non appena si entra, tuttavia, è tutta un’altra storia. Dietro l’ingresso, con il suo soffitto curvo, si apre un ampio soggiorno che, come il resto dell’abitazione, è un mix eterogeneo e giocoso, ma al tempo stesso rigoroso, di elementi apparentemente irrilevanti che si uniscono secondo logica propria.

Le finestre a tutta altezza inondano la stanza di luce. Portali in pietra calcarea incorniciano le porte a scomparsa che garantiscono fluidità. Alla parete è esposta un’opera dell’artista Jesper Waldersten, sul tavolo una scultura di grandi dimensioni e, come gioiello della stanza, una credenza antica in legno pregiato.

“Ci piaceva l’idea di una casa invisibile dall’esterno, ma che si rivela gradualmente man mano ci si addentra nei suoi strati, per poi concludersi con una splendida vista in mezzo alla natura”, spiega Pontus parlando di questa casa che sorge in una riserva naturale nei sobborghi di Stoccolma, su una scogliera che domina uno specchio d’acqua e fra dolci pendii ricoperti di conifere.

Il progetto è stato affidato a Ruxandra e Christian Halleröd, che Pontus conosceva grazie ai lavori che avevano già realizzato per Acne Studios. I proprietari hanno consegnato agli architetti un brief di oltre ottanta pagine, con una miriade di riferimenti visivi, anche quelli difficili da decifrare.

Ma, forunatamente, è stato subito chiaro che tra loro c’era una rara intesa: “Spesso si notano cose molto diverse quando si guarda un quadro, ma era come se avessimo tutti lo stesso occhio” – racconta Anna -. “Quando stavamo progettando il bagno degli ospiti, la prima cosa che mi è venuta in mente è che volevo una stanza ‘violenta’. La violenza non denota esattamente qualcosa di bello, ma in qualche modo loro hanno capito la mia intenzione. Non doveva essere ‘carina’, ma scura e misteriosa, con un tocco un po’ inquietante”. Il risultato, oggi, è uno spazio denso, rivestito da piastrelle color rosso scuro e un lavello in pietra grezza dal taglio deciso.

Il camino del soggiorno – che si erge come una colonna tesa tra pavimento e soffitto, realizzato con strati di cemento per creare una consistenza organica e ruvida – era un altro desiderio della coppia che gli architetti hanno capito immediatamente.

“La danza creativa tra noi è stata meravigliosa sotto molti aspetti, e anche quando le cose si sono fatte difficili abbiamo sempre trovato una soluzione. Non abbiamo costruito una casa, ma una dimora. Quando usi questa parola, la tua mentalità cambia e diventa improvvisamente importante che le qualità dello spazio siano anche emotive, con un senso di sicurezza e un equilibrio speciale”, racconta Pontus.

E prosegue: “Sono particolarmente attratto da un’estetica fuori dagli schemi o irregolare. Ai miei occhi, è tutta una questione di come si combinano forma e materiali. Ad esempio, trovo il nostro piccolo cortile molto accogliente, nonostante sia costituito da una scultura in marmo affilata e da pareti in cemento armato”.

Oggi, a parte una collezione d’arte che si sta lentamente ampliando, la casa è conclusa e la coppia non sente il bisogno di cambiare le linee principali, perché secondo Pontus “la soddisfazione risiede anche nel sentire quando qualcosa è finito e merita un sentimento semplice come la gratitudine”.

Questo articolo è estratto da The Book 29. Sfoglia il magazine