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Bol Office

A Barcellona, nel quartiere del Poblenou, BOL Production House affida a Isern Serra la trasformazione di uno spazio industriale in un ambiente di lavoro aperto e domestico. Dove un cubo “pixelato” e una palette verde e bianca traducono fisicamente l’identità digitale dello studio

Nel quartiere barcellonese del Poblenou, BOL Production House apre il proprio quartier generale in un ex spazio industriale trasformato da Isern Serra in un ambiente di lavoro che si discosta con decisione dal tradizionale modello d’ufficio. BOL è una casa di produzione creativa, specializzata in animazione e illustrazione, formata da un gruppo selezionato di registi e illustratori internazionali.

Le loro competenze e le diverse voci coprono un ampio spettro di narrazioni, stili e tecniche per la produzione di contenuti originali e di breve durata, pensati per tutte le piattaforme e i media. Il progetto d’interni si misura con questa identità ibrida e digitale, cercando di tradurla in un luogo di lavoro che sia allo stesso tempo studio, casa e spazio produttivo.

Il punto di partenza è un attico di circa 350 metri quadrati, collocato nella sopraelevazione di un vecchio edificio industriale con tre facciate finestrate. La prima scelta progettuale è radicale: eliminare tutte le partizioni esistenti e i controsoffitti, riportando alla luce la struttura originaria e accentuandone il carattere industriale, poi uniformato da una pittura bianca che diventa sfondo neutro e luminoso.

L’obiettivo è trasmettere la sensazione di trovarsi in un unico grande spazio continuo, evitando porte, corridoi e grandi chiusure vetrate tipiche degli uffici convenzionali. Questa apertura visiva e funzionale costituisce la base su cui Serra costruisce una nuova geografia interna, più vicina all’idea di studio che a quella di un ufficio gerarchico.

Un solo elemento architettonico, deciso e riconoscibile, struttura l’intero ambiente: un grande cubo sospeso, trattato come un oggetto scultoreo collocato all’interno del volume esistente. Il cubo non arriva fino al soffitto, sottolineando il suo ruolo di inserto contemporaneo e leggibile nel vuoto industriale.

Il rivestimento in ceramica bianca 10×10 con fughe verdi – una griglia che evoca il pixel – trasforma il cubo di BOL in un manifesto spaziale dell’identità digitale dello studio

Al suo interno trovano posto due sale riunioni: una principale, pensata per gli incontri fisici, e una secondaria, dedicata in particolare alle riunioni online. Questo volume compatto divide la zona di lavoro dalla cucina e dai servizi, organizza i percorsi e definisce gerarchie spaziali senza mai interrompere del tutto la continuità visiva.

Il rivestimento del cubo è una dichiarazione di intenti. Serra sceglie una ceramica 10×10 centimetri in finitura bianca, con fughe verdi che enfatizzano la griglia. La scelta non è puramente estetica: BOL è un’azienda digitale che lavora con i pixel, e l’uso della piastrella come modulo elementare rende tangibile questa dimensione, evocando l’immaginario della grafica digitale e trasformandolo in materia architettonica.

La ceramica, materiale quotidiano e familiare, è qui reinterpretata per dare calore e prossimità, costruendo un pattern che genera un vero e proprio linguaggio spaziale: la reticolatura definisce gli imbotti delle aperture, disegna le soglie, modella perfino una seduta integrata lungo uno dei lati del volume.

All’interno del cubo il registro materico cambia: le superfici sono interamente rivestite in moquette verde – pavimenti, pareti e soffitti – in un gesto avvolgente che amplifica la sensazione di comfort e di protezione. Oltre a definire un’atmosfera raccolta, questa scelta risolve in modo efficace i problemi di riverbero acustico, condizione fondamentale per sale riunioni pensate per meeting e videocall. Il verde diventa così il filo cromatico che attraversa l’intero progetto: dalle fughe delle piastrelle ai tessuti e alla presenza delle piante.

Tra tavoli in melamina verde su gambe in cemento, isola in microcemento e grande tavolo da pranzo in muratura, la sede di BOL mette al centro i rituali collettivi del lavoro

L’accesso allo spazio introduce immediatamente questa struttura narrativa. Entrando, il cubo genera una sorta di vestibolo che immette nella grande sala open space. Qui Serra lascia volutamente un’ampia area libera dedicata alle postazioni di lavoro. Tre tavoli di grandi dimensioni, disegnati su misura in melamina della stessa tonalità verde che ricorre nel progetto, poggiano su massicce gambe circolari in cemento, mettendo in dialogo la leggerezza cromatica con la gravità materica del calcestruzzo. Lungo il perimetro, sotto le finestre, corre una serie di mensole in muratura che funge contemporaneamente da supporto per le scrivanie e da contenimento, integrando funzione e continuità architettonica.

Anche la gestione delle facciate conferma l’attenzione al dialogo tra luce, struttura e uso quotidiano. Sulla principale, esposta al sole pomeridiano, era presente un tamponamento in vetrocemento: Serra ne mantiene la struttura muraria ma rimuove il vetro, aprendo viste e ventilazione, e colloca in primo piano un sistema di chiusure scorrevoli integrate in un mobile che sostiene i piani di lavoro. Il risultato è un fronte abitato e dinamico, dove la luce naturale filtra modulata dalle scelte di arredo fisso, evitando l’effetto di parete completamente vetrata e preservando una dimensione più domestica e misurata.

Tra la zona di lavoro e quella di servizio si colloca uno spazio di sosta informale, dove il progetto abbandona consapevolmente la rigidità dell’ufficio per avvicinarsi all’atmosfera di un soggiorno. Divani modulari di Hay, tavolini d’appoggio e piante distribuite con attenzione compongono un paesaggio morbido, adatto tanto alla pausa quanto a riunioni non strutturate. È uno spazio intermedio, che agisce come cuscinetto visivo e acustico e, al tempo stesso, come dispositivo sociale: qui le conversazioni spontanee si intrecciano ai momenti di lavoro più denso, estendendo l’idea di ufficio in quella di casa condivisa.

Nella parte dedicata alla cucina e ai momenti conviviali, il progetto insiste sulla dimensione rituale dello stare insieme. Una grande isola in muratura, finita in microcemento verde, organizza lo spazio operativo e funge da punto di incontro, banco di preparazione e superficie d’appoggio. Sullo sfondo, la cucina vera e propria si integra nella profondità dell’ambiente.

Un unico ambiente senza porte nè vetrate, strutturato da un solo cubo scultoreo. Isern Serra riscrive il modello d’ufficio come paesaggio continuo, tra studio creativo e casa condivisa

Il fulcro di quest’area è però la lunga tavola da pranzo, anch’essa realizzata in opera, pensata come centro di unione e luogo di cerimonia quotidiana: dal pranzo in team agli incontri informali con clienti e collaboratori. In fondo allo spazio, una grande gradinata in muratura amplia ulteriormente la versatilità del progetto: può diventare seduta collettiva, luogo di riposo, set per shooting fotografici o scenografia per presentazioni e riunioni allargate.

In questa logica di “paesaggio produttivo” si inserisce coerentemente anche un altro intervento di Isern Serra a Barcellona: la sede dell’agenzia di modelle Blow Models, ricavata al piano terra di un edificio degli Anni 20 nel quartiere di Sant Martí, con annesso magazzino. Qui il designer adotta un approccio affine, declinato però in chiave più rarefatta e scenografica, pensando l’ufficio come un campo neutro e misurato, esplicitamente concepito “come un paesaggio in cui le modelle possano farsi fotografare”.

Mettendo a confronto i due progetti, emerge un filo conduttore chiaro nel lavoro di Isern Serra: la costruzione di ambienti ibridi in cui l’ufficio smette di essere luogo puramente operativo per diventare piattaforma narrativa del brand. In BOL Production House, il cubo pixelato e gli innesti in verde traducono nello spazio la natura digitale e collaborativa della casa di produzione; in Blow Models, la monocromia bianco panna, i pieni e i vuoti, le fosse e la vegetazione costruiscono un paesaggio silenzioso pensato come sfondo fotografico. In entrambi i casi, la materia – ceramica, microcemento, calcestruzzo, tessuti – è chiamata a lavorare non solo sul piano estetico ma anche su quello acustico, percettivo e funzionale.