MAESTRI
Il Metodo Albini

“Non ci sono oggetti brutti, basta esporli bene”. Figura chiave del Razionalismo italiano, Franco Albini ha costruito il proprio metodo su analisi, rigore e sottrazione. Dall’architettura alla museografia fino al design, il suo lavoro ha ridefinito il rapporto tra forma e funzione

“Dalla presa di coscienza dei problemi, il designer trarrà l’invenzione di nuove forme che genereranno nuovi modi di vita”. In queste parole si riconosce l’intera postura progettuale di Franco Albini. Architetto, urbanista e designer tra i protagonisti più rigorosi del Razionalismo italiano.

Nato a Robbiate nel 1905 e laureato al Politecnico di Milano nel 1929, Albini si forma in un clima culturale aperto al confronto europeo. I viaggi giovanili e gli incontri con figure come Gio Ponti, Le Corbusier e Ludwig Mies van der Rohe incidono sulla modernità del suo linguaggio. Nel 1931 apre a Milano lo studio con Renato Camus e Giancarlo Palanti e si avvicina all’ambiente di Casabella, vero laboratorio del dibattito razionalista.

Il primo incarico di rilievo arriva nel 1936 con il quartiere IFCP Fabio Filzi a Milano, tra gli esempi più significativi di edilizia razionalista in Italia. Negli stessi anni partecipa al piano urbanistico Milano Verde per l’area Sempione-Fiera. Nel dopoguerra contribuisce alla fondazione del Movimento Studi Architettura e dirige per un breve periodo Costruzioni Casabella, entrando nel cuore della riflessione sulla ricostruzione post bellica e sul ruolo civile dell’architetto.

Per Albini il progetto non coincide con un gesto formale, ma con un processo analitico: osserva il problema, ne individua le componenti strutturali, ne separa le parti per comprenderne la logica interna

Ma è con la museografia che si spalanca un capitolo decisivo del suo percorso professionale. A Genova, su incarico di Caterina Marcenaro, cura l’allestimento di Palazzo Bianco (1949-51), poi di Palazzo Rosso (1952-62) e del Museo del Tesoro di San Lorenzo (1952-56). Qui mette a punto un metodo espositivo che segna un punto di svolta: elimina ogni elemento superfluo, stacca le opere dalle pareti, le sostiene con strutture sottili e calibrate che ne evidenziano proporzioni e dettagli.

Lo spazio non compete con l’opera ma la costruisce attorno a sé, la isola e insieme la mette in relazione con il visitatore. Non a caso Franca Helg, sua collaboratrice e associata fino al 1977, ricorda una frase che sintetizza questa visione: “Non ci sono oggetti brutti, basta esporli bene”.

Parallelamente, Albini sviluppa un’intensa attività di designer. La Libreria Veliero (1938-40), realizzata in unico prototipo e rieditata da Cassina nel 2011, traduce in forma compiuta la sua ricerca sulla leggerezza: una tensostruttura con montanti in frassino, tiranti in acciaio e ripiani in vetro che trasforma un elemento funzionale in una costruzione sospesa e trasparente.

Albini affida le sue idee alle proprie opere e a oltre ventiduemila disegni, in cui si legge una ricerca coerente e ostinata, fondata su rigore, leggerezza e precisione costruttiva

Anche nelle poltrone, nelle sedute e negli arredi emerge lo stesso principio di scomposizione e ricomposizione che governa i progetti architettonici. Questo atteggiamento, valido per tutte le scale, trova una definizione efficace nello slogan coniato da Ernesto Nathan Rogers nel 1952, “dal cucchiaio alla città”.

Per Albini, infatti, il progetto non coincide con un gesto formale, ma con un processo analitico: osserva il problema, ne individua le componenti strutturali, ne separa le parti per comprenderne la logica interna. Solo dopo questa fase di scomposizione interviene la ricomposizione, che elimina il superfluo e restituisce un organismo essenziale, in cui struttura, funzione e forma coincidono.

Albini non affida le sue idee a trattati teorici, ma alle proprie opere e a oltre ventiduemila disegni, in cui si legge una ricerca coerente e ostinata, fondata su rigore, leggerezza e precisione costruttiva.

Negli Anni 60 entrano nello studio Antonio Piva e Marco Albini, mentre con Franca Helg firma interventi di grande rilievo come la Rinascente di Roma e la Linea 1 della metropolitana di Milano, inaugurata nel 1964. Fino alla sua scomparsa, nel 1977, Albini mantiene saldo un principio: il progetto nasce dall’analisi di problemi reali e si traduce in forme nuove capaci di incidere concretamente sui modi dell’abitare e del vivere collettivo.

Maggiori informazioni sul sito di Fondazione Franco Albini.