Nel 2026 Barcellona è Capitale Mondiale dell’Architettura e sede del Congresso UIA. L’ambizione dichiarata: avvicinare l’architettura ai cittadini attraverso un programma decentralizzato che trasforma il riconoscimento internazionale in occasione di sensibilizzazione collettiva
Nel calendario internazionale dell’architettura il 2026 ha una sola capitale: Barcellona. La città catalana accumula riconoscimenti con la discrezione di chi sa di meritarli: Capitale Mondiale dell’Architettura Unesco e sede del Congresso Mondiale degli Architetti UIA dal 28 giugno al 2 luglio, un titolo che ha strappato a Pechino e che raccoglie da Copenhagen, e che converte la città in uno scenario di conferenze, tavole rotonde, esposizioni, eventi legati alla cultura architettonica durante tutto l’anno. L’evento coincide nientemeno che con le celebrazioni per il centenario della morte di Antoni Gaudí e i 150 anni della morte dell’urbanista Ildefons Cerdà, due figure chiave per la costruzione della città.
La capitale catalana si convertirà così in un forum globale per dibattere le sfide proprie dell’architettura, dell’urbanistica, del patrimonio e della cultura del XXI secolo. Un riconoscimento che è anche un omaggio al suo lascito architettonico, che abbraccia più di duemila anni di storia, così come al suo impegno verso lo sviluppo di un’architettura innovativa in un contesto di cambiamento climatico e di crisi abitativa.
Un riconoscimento che è anche un omaggio all’impegno della città verso lo sviluppo di un’architettura innovativa in un contesto di cambiamento climatico e di crisi abitativa
E anche questa volta Barcellona sceglie di non fermarsi alla celebrazione, e di servirsi dell’evento come leva di trasformazione. Lo ha fatto con le Olimpiadi del 1992 e vuole farlo di nuovo nel 2026. La capitalità diventa dunque occasione per rimettere in discussione il rapporto tra architettura e vita collettiva, tra disciplina e cittadinanza, tra eredità e trasformazione. “L’architettura, l’urbanistica, il paesaggismo, il design d’interni ci definiscono come società, modellano il nostro modo di vivere e i valori che vogliamo coltivare come collettività. Ed è per questo che Barcellona è un riferimento nel mondo”, ha dichiarato Maria Buhigas, architetto responsabile del Comune di Barcellona e del programma. “Vogliamo che tutti si sentano partecipi di questo momento, che non sia un evento elitario, ma che sia una programmazione corale e aperta”.
Un’ambizione che si misura in numeri: dieci mesi di attività, dal 12 febbraio al 13 dicembre, distribuiti nei dieci distretti della città, con oltre 1.500 iniziative tra esposizioni, conferenze, workshop, visite guidate e concorsi in più di 75 spazi, dai musei ai mercati rionali, dalle biblioteche alle piazze, alle scuole, con un budget di 11 milioni di euro a disposizione suddiviso in parti uguali tra Comune, Generalitat della Catalogna e Ministero spagnolo delle politiche abitative.
La città si prepara ad accogliere oltre 1.500 iniziative tra esposizioni, conferenze, workshop, visite guidate e concorsi, in più di settantacinque spazi
La struttura è volutamente decentralizzata: ogni mese, a turno, uno dei dieci distretti diventerà il riferimento geografico e culturale del programma, con l’intenzione dichiarata di raggiungere soprattutto i non addetti ai lavori e i residenti e di portare il dibattito sull’architettura nel tessuto urbano e nei luoghi di riferimento quotidiani: “Vieni a scoprire il tuo quartiere” è il motto scelto.
Perché Barcellona non punta su una celebrazione autoreferenziale, nè sull’architettura d’autore. Il modello a cui si ispira è più vicino a quello delle Olimpiadi del 1992: non l’evento in sé, ma l’eredità che lascia. “Vogliamo tradurre la Capitalità in un gesto concreto, quotidiano, che rimanga impresso nello stile di Barcellona”, spiega Buhigas. Un’eredità che sarà insieme materiale e immateriale: una nuova relazione tra architettura e cittadinanza, da un lato; e dall’altro una maquette in scala 11×9 metri della città, collocata nell’edificio razionalista dell’antica casa editrice Gustavo Gili, insieme a due mostre permanenti sulla città oggi e domani. La più incisiva sarà però la trasformazione di dieci fronti ciechi di edifici privati, uno per ogni distretto, in nuove facciate, frutto di un concorso internazionale per under 35 promosso con la Fondazione Mies van der Rohe, cui hanno risposto 439 candidati da 51 paesi.
Il presidente dell’Ordine degli Architetti della Catalogna Guim Costamiglia è chiaro: “Abbiamo una città straordinaria, ma dobbiamo curarla perché continui a esserlo. Non basta che brilli: va lucidata ogni giorno, con denaro, dedizione e passione”. E aggiunge una critica che suona come un manifesto: “Siamo caduti nell’equivoco che gli architetti disegnino cose belle. Ci siamo fatti abbagliare da pareti di vetro e da proposte alla moda. La buona architettura sta altrove: nell’illuminazione naturale, nell’orientamento, nel rapporto con il clima. Un edificio a Barcellona non può essere uguale a uno a Francoforte”.
“La buona architettura risiede nell’illuminazione naturale, nell’orientamento, nel rapporto con il clima. Un edificio a Barcellona non può essere uguale a uno a Francoforte” – Guim Costamiglia
È dentro questa tensione tra memoria e trasformazione che si colloca il Congresso Internazionale degli Architetti UIA, il cui titolo, Becoming. Architectures for a Planet in Transition, è già un programma. Barcellona sarà la prima città al mondo a ospitarlo per la seconda volta, dopo l’edizione del 1996. Le sedi principali saranno le Tres Xemeneies di Sant Adrià de Besòs e il Disseny Hub, dove sono attesi oltre diecimila professionisti, accademici e studenti da tutto il mondo. Il comitato curatoriale ha strutturato il congresso attorno a sei linee di ricerca con il tempo come progetto come filo conduttore: un’architettura che non parte dalla tabula rasa ma da una trasformazione attenta della realtà esistente. Il congresso sarà intergenerazionale, paritario, transdisciplinare, con geologi e filosofi accanto ad architetti, e transnazionale, con un’attenzione a voci finora marginalizzate nell’approccio eurocentrico.
Barcellona raccoglie il testimone di Copenaghen 2023, condividendone l’attenzione per la sostenibilità e il welfare urbano, ma con un approccio più esplicitamente politico: la città come laboratorio di equità, memoria e trasformazione collettiva e l’architettura non come disciplina tecnica ma come politica pubblica. “Non si tratta di celebrare l’architettura”, conclude Buhigas “ma di usarla per immaginare futuri urbani più giusti. L’architettura è molto di più che costruire edifici”. Cerdà, dal suo Eixample, prima contestato e poi amato, probabilmente annuirebbe.