Tina Rich trasforma una casa del 1984 in un rifugio materico e contemplativo, dove estetiche giapponesi e mediterranee dialogano. Definendo nuovi equilibri tra rigore e calore
Greenwich House è il risultato di una trasformazione calibrata a firma di Tina Rich Design, capace di mantenere l’integrità di una costruzione del 1984 e, allo stesso tempo, di infonderle una nuova vita attraverso un linguaggio che intreccia con naturalezza sensibilità giapponese e radici mediterranee.
Per Tina Rich, lo spazio non è una cornice ma un’estensione delle abitudini quotidiane: in questa residenza immersa nel verde, l’idea di un vivere lento e intenzionale diventa metodo progettuale, trasformando i riti domestici – mangiare, riposare, muoversi, contemplare – nella struttura narrativa della casa.
Il dialogo tra la cultura giapponese amata dai clienti e l’estetica costruita da Rich negli anni non è mai un esercizio decorativo. È piuttosto una ricerca di principi condivisi: sobrietà, sincerità materica, rapporto costante con la natura, rispetto dei gesti quotidiani. Da questa base comune nasce un ambiente contenuto nei toni, ma ricco di profondità percettiva.
Le pareti interamente trattate con pittura a calce sono uno dei dispositivi più potenti del progetto: respirano, assorbono e riflettono la luce mutevole delle ampie finestre, dando ritmo alle superfici e rendendo la casa un organismo vivo.
Il grande arazzo di Irini Gonou nell’ingresso, concepito come primo momento emozionale, sintetizza lo spirito della casa. Realizzato attraverso tinture vegetali e immersioni in acqua ferruginosa, raccoglie tracce del tempo e della natura, trasformando lo spazio in una soglia che unisce memoria, artigianato e paesaggio.
Questo legame con la manualità ritorna in numerosi elementi fatti a mano: ceramiche giapponesi selezionate non per prestigio ma per la loro capacità di instaurare un dialogo con le superfici, arredi su misura, dettagli scolpiti. Ogni pezzo partecipa a una trama comune, dove le imperfezioni diventano qualità espressive.
La sala da pranzo è uno dei fulcri progettuali: il grande tavolo in rovere disegnato su misura è circondato da sedie vintage e custom, scelte per affinità più che per uniformità. Una “democrazia degli oggetti” che mette in relazione culture, epoche e tecniche, costruendo un paesaggio domestico coerente, che si fonda sull’equilibrio di differenze. Le stuoie e i tappeti, con fibre naturali e lavorazioni tradizionali, ribadiscono la centralità della materia.
La cucina si estende verso un’accogliente breakfast nook con seduta scolpita, dove la vista rimane libera grazie a un profilo essenziale. La lampada aggiunge una nota ceramica morbida e tattile, mentre le Tokyo Chairs vintage richiamano l’essenzialità giapponese.
Nella suite padronale, la richiesta di una tonalità profonda si traduce in un ambiente monocromatico, tra tessuti coordinati e un senso di quiete raccolta. Il bagno principale, con la vasca rivestita in terracotta e la grande finestra sul paesaggio, diventa un vano contemplativo, a metà tra ritualità e comfort.
Il progetto riesce dove molti interni minimalisti falliscono: coniuga rigore ed emozione, minimalismo e intimità. Tutto sembra maturato lentamente, come se la casa avesse trovato il proprio ritmo nel corso del tempo. Greenwich House non mette in scena un’estetica, ma un modo di abitare delicato e attento. Un luogo dove diverse culture si specchiano l’una nell’altra, generando una sensazione di calma densa e stratificata.